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Andrea Zanzotto da "Botta e risposta I" al "Galateo in Bosco" (2/2)

martedì 23 marzo 2004, di Luigi Weber

La seconda parte del saggio su Zanzotto, Montale, le scorie, la (e)scatologia, Ercole e altri miti ’saturi’ (la prima ?® qui).
"Zanzotto aveva individuato la ricorrente presenza, in Montale, di una figura araldica come il topo, duplicato poi dalla talpa e dalla larva (e dal dattero di mare di Botta e risposta II), animali tutti della tana, dello scavo underground. Dopo vent’anni e pi?? di coabitazione con un simile tema, la nascita dell’opera del ’78 risulta dunque almeno in parte sovradeterminata: Il Galateo in Bosco sar?† l’anti-Montale, o meglio il Montale che si era capovolto rimesso arbitrariamente sui propri piedi."

Non sarà un caso che, da Baudelaire in poi, sempre per i poeti il trauma di doversi "vendere" richiami la figura della prostituta (che Montale, con arcaismo non per questo meno volgare, chiama zambracca), e dopo Benjamin non si può aggiungere nulla. Tranne che, giunta con un secolo di ritardo, una formulazione tanto nuda permette davvero di toccare con mano l’arretratezza di cui sopra. Zanzotto, naturalmente, percepisce il senso di questa rivoluzione nell’atteggiamento di Montale, e lo rivela:

Ciò, oltre che introdurre una dissacrazione della figura di lui e quindi dei temi prima raccolti in aloni mitici, propalandone, squinternandone un’"identità" prima nascosta, viene di fatto a ribadire una continuità con gli elementi depressivo-negativi delle precedenti opere; inoltre, quel che più conta, sembra stabilire una specie di affinità di natura tra il nuovo ambiente di "palta" o di "scolaticcio" e il poeta, come tale. (corsivo dell’autore).

Ma tale ammissione, tale dissacrazione, gli risulta intollerabile, poiché - come sappiamo - egli si colloca sul versante della ’fede’ nella poesia, e tanto più perché Montale è senza dubbio l’autore nodale del Novecento, il primo ad ’attraversare’ compiutamente D’Annunzio ma anche l’ultimo capace di misurarsi con lo stile sublime, in un libro come La Bufera e altro. E allora Zanzotto inverte il segno all’operazione:

Eppure, anche se i pensieri-scorie di Satura si allineano agli oggetti-scorie e ai "fatti triti" degli altri libri completandone e radicalizzandone la figura, ancora una volta si fa strada come in quei libri una forma di grazia e si attestano frequentissimi i punti di emergenza in cui i materiali degradati si caricano di un prestigio che non coincide con la loro natura. (18)

Insomma, la poesia, ancora una volta, ha una funzione salvifica.

Potrà essere utile a questo punto leggere cosa scrive Stefano Agosti, fedele esegeta di Zanzotto, in margine al poemetto Gli Sguardi i Fatti e Senhal, mostrando una significativa tangenza con quanto si sta qui dibattendo:

la fenomenologia del detrito...caratterizza l’altro versante del poema: e cioè la fenomenologia del "residuo", del "detrito" (di cui fa parte lo stesso dialetto), in una parola la fenomenologia dell’assunzione al senso di ciò che normalmente viene rimosso dalla rappresentazione simbolica; non solo, ma inversamente, anche la fenomenologia del massimo valore di senso […] condensato nel valore minimo o nel non-valore: espresso dal non valore (19)

Invertito il segno, l’intero senso è mutato. Ora la scoria diventa veicolo del massimo valore conoscitivo. Un altro passo illuminante si legge nell’intervista concessa nel ’65 da Zanzotto a Ferdinando Camon:

la tendenza alla dissacrazione (della poesia e della realtà) presenta gli stessi equivoci e gli stessi pericoli. Il sacro non viene distrutto, passa alle spalle, si interra. Sussiste nell’oscurità, si sfa in una legione-miriade di meschini, chitinosi, fatui demoni, o libidines o virus, tanto più capaci di ledere quanto meno presenti a una coscienza che crede di aver già tutto dominato e demistificato (corsivo nostro) (20) .

Passo nel quale va notato il significativo prorompere di un verbo tipicamente montaliano come interrarsi, ben presente alla memoria di Zanzotto, e che ci conduce direttamente all’approdo inevitabile del nostro discorso, Il Galateo in Bosco. Si potrebbe affermare che una evoluzione interna spinge il poeta di Soligo da "dietro il paesaggio" a "sotto il paesaggio". Anche il moto di Zanzotto, almeno per una parte della nsua opera, è un autentico interrarsi alla ricerca del sacro. Ma mentre quello di Montale era davvero "l’inno nel fango", ovvero il sublime trascinato nel fango (come in quel famoso fango del macadam in cui Baudelaire aveva fatto finire l’aureola poetica), quello di Zanzotto sarà, piuttosto, "l’inno dal fango", resurrezione imprevedibile quanto quella di Lazzaro.
Occorre una precisazione: dalle IX Ecloghe in poi il linguaggio, come si sa, subisce una inusitata espansione, e al cedimento delle strutture tradizionali della sintassi e della versificazione corrisponde un magmatico sovrapporsi di lingue specialistiche e voci contrastanti. Persiste un trattamento prezioso della parola, ma il vocabolario si dilata enormemente. E in esso trova posto anche il tema del "residuo", declinato in direzione scatologica in particolar modo nella raccolta Pasque, del 1973, dove le due immagini-simbolo ricorrenti sono, appunto, lo sterco e l’uovo. In proposito, Stefano Del Bianco annota:

"In Pasque giocano un ruolo importante le figure escrementizie, emblematiche della densità insignificante cui perviene il reale al termine del processo di assimilazione e di ogni conoscenza. La metafora, tipica delle Ecloghe e de La Beltà, dell’apprendimento come assunzione di cibo resta operante, ma è rapportata all’esito estremo dei prodotti della digestione. Va segnalata, a questo proposito, la parentela con il Montale coevo di Satura" (21) .

Giusto richiamo, peccato che la parentela sia, al più, speculare, cioè rovesciata. Perché il letame, in un poeta così ossessivamente impegnato nell’allucinatoria «auscultazione del paesaggio" (Del Bianco), non può avere altra valenza che quella, tutta positiva, di concimante, e dunque non sarà un caso che la raccolta del ’73 si chiuda su un verso di questo tenore: «oscuro del prato dove perii, dove perirò / sorgerò».
C’è poi un secondo aspetto: la poesia di Zanzotto, che da Vocativo mostra una sempre crescente autoriflessività, si fa sempre più discorso sulla poesia attraverso la lingua del corpo, nell’articolarsi di innumerevoli paradigmi scientifici applicati, convoca con frequenza impressionante un altro fenomeno fisiologico di espulsione, il vomito. E se si pensa ad un distico come «vivipara in effusa ovatura / cornucopiosa [come cacatura]» (Pasqua di maggio), nel quale il simbolo classico dell’abbondanza, la cornucopia, viene accoppiata alla "cacatura", non potrà non sorgere il dubbio che entrambe le deiezioni, ancorché tanto diverse, vengano ad assumere una valenza metapoetica, significando appunto la copiosissima musa di Zanzotto. Tanto più che il programma dichiarato di Pasque è quello di parlare la lingua prenatale delle ’uova’, il petèl, e come sottovalutare, allora, la solidarietà retorico-semantica che viene a saldare in rima "ovatura" e "cacatura"? D’altro canto il vomito, evidente sintomo isterico, non potrà non ricollegarsi a «quegli oscuri linguaggi totalmente somatici, assai vicini a quelli dell’isteria» che accompagnano, secondo Zanzotto, il soggetto colto dall’incubo di un «vuoto di lingua». Naturalmente tale incubo, la sensazione incancellabile dello spossessamento e della frantumazione patita dalla lingua alienata, mercificata della modernità, viene avvertito anche dal poeta di Soligo, che reagisce attraverso una compensazione frenetica: si pensi alla ricerca di autenticità nel petèl, nel nativo dialetto solighese, nel balbettìo, nell’estensione abusiva di uno statuto verbo-nominale anche a prefissi, suffissi, desinenze, interiezioni e onomatopee, al citazionismo, e soprattutto all’esplosione di ideogrammi, che raggiunge il suo apice proprio tra Pasque e il Galateo. La poesia di Zanzotto è sempre più "isterica": la sintassi si liquefa, e lascia il posto a una cascata di significanti in serie, aggregati gli uni agli altri da maggiori o minori densità foniche. Fin dall’impostazione tipografica sulla pagina, si configura come un flusso, irregolare e privo di struttura, governato com’è da una grammatica prevalentemente onirico-condensatoria.

Nella sua articolata struttura poematica, il Galateo è una raccolta di Holzwege, di sentieri heideggerianamente interrotti, ma i percorsi si muovono per lo più in verticale, ovvero, ancora una volta, attraverso l’inerbarsi dell’io, come si legge nella sezione di Che sotto l’alta guida che comincia «Ma tu fa che io resti all’altezza dell’erba». E si ricordi che Zanzotto aveva individuato la ricorrente presenza, in Montale, di una figura araldica come il topo, duplicato poi dalla talpa e dalla larva (e dal dattero di mare di Botta e risposta II), animali tutti della tana, dello scavo underground. Dopo vent’anni e più di coabitazione con un simile tema, la nascita dell’opera del ’78 risulta dunque almeno in parte sovradeterminata: Il Galateo in Bosco sarà l’anti-Montale, o meglio il Montale che si era capovolto rimesso arbitrariamente sui propri piedi. E’ il "canto delle scorie", quasi come un nuovo ruyschiano coro di mummie, che prende forma assimilando e chilificando in sé la tragedia dei morti della Grande Guerra, le silvae arcadiche, la normativa cortese del Galateo di Monsignor Della Casa, i residui dei moderni picnic turistici nel bosco, per narrare la vicenda di un io lirico alla ricerca di una nuova integrità (credibilità?). Dapprima nel restauro filologico del sonetto, e con esso di una letteratura ormai impartecipabile, infine nella fusione a livello biologico con la Tellus, la terra madre.
Questa che sembra una grande opera epica, il racconto in profondità di una regione e dei segni lasciati in essa da generazioni di uomini, e che contiene molti momenti notevoli, dove si sente risuonare l’orrore della mattanza bellica, la nauseante retorica del potere, la vivacità del narrato popolare, finisce al contrario per essere un’opera lirica, che muove dal recupero in forma archeologica della Storia e approda alla liquidazione di questa, sfociando nel mito del ritorno alla Natura, mito - come ogni altro - «ideologicamente saturo» (Barthes). Varrà allora la pena di mettere in evidenza il meccanismo con il quale Zanzotto autorizza tale trapasso, facendolo scattare al termine dell’Ipersonetto, alta esercitazione di artigianato retorico che si conclude con la piena sconfessione dell’artificio letterario, grazie all’unico testo dialettale di tutta la raccolta (E pò, muci) (23) . Come giustamente osserva Del Bianco,

L’Ipersonetto si erge al centro di GB come una presenza sostanziosa ma ingannevole. Dietro il castello di Atlante c’è un dirupo selvatico, una discarica, un letamaio dialettale […] L’energia trasgressiva e triviale del dialetto reagisce alle chiacchiere dell’Ipersonetto e del mondo, sbatte all’aria le carte del corrotto gioco storico […] così si fa strada l’appello imperioso e iracondo a "chiudere il becco" e a farla finita con l’abuso della scrittura (24) .

Non potrà sembrare occasionale, a questo punto, che a suggellare il rifiuto della tradizione letteraria del passato, simboleggiata dall’ipertrofico Ipersonetto, intervenga la crepuscolare vergogna della poesia, per di più nella forma che ben conosciamo, quella dell’equazione dissacrante, tutta montaliana, tra poesia e fogna:

Ma
schegazhèr, pissazhèr
(l’è ’sto qua ’l tó nome vero
perché l’è tut infrontà sora caca e pissin
al tó vero sentir e pensier):
òltete par de là,
scòndete, si ’l ghe n’è,
in medio al bar pi fis e pi inboscà,
andove che ’llustro no riva
nè de speranzhe nè de aneme
nè de torzhe che le va a torzhio: e fa, fa, fa
[…]
Roba sproetada anca massa.
Muci zaba (25).

Poche pagine dopo questo accesso di livore vernacolare contro l’atto stesso del poetare, parificato con disprezzo all’appartarsi in un cespuglio per defecare, si incontra la prima sezione di Questioni di etichetta o anche cavalleresche, e qui il cerchio, silenziosamente, si chiude:

In me e nella mia categoria
che ha perduto contatto persino con la fabbrica del latte
e del formaggio che in ogni Arcadia gode prestigio
[…]
(così) in me è totalmente mancato
il rapporto cervello-mano
quello che ha fatto l’umano
dentro la sua bottega di selvaggio o di artigiano-
né v’è stato il supporto grazioso e medicante
di un’Arcadia-Mafia a sostituirlo
[…]
Pace dunque al qualunque baco parassita
che si credette fabbro di seta garantita
e sta a ciondolare sulla rama
mangiucchiando […]
e insieme postulando mezze-pietà
per le sue penumbrali colpe e il suo desindacalizzato
totale assenteismo dalla realtà
(produzione di massa e
prodotto garantito, per altro, anch’essa
con marchio di qualità).

In relazione a questa poesia, che pretende di fondare, con non comune trasparenza semantica per Zanzotto, il volontario estraneamento del poeta-baco dall’aborrito sistema della «produzione di massa», e apre così la via al sogno dell’interramento, al farsi voce del bosco, al ritorno ad uno stato edenico di natura, né le note d’autore né il puntuale commento di Del Bianco menzionano la fonte - peraltro famosissima - della metafora del baco, ovvero il passo di Marx su Milton che si legge in Teorie del Plusvalore (malgrado nella poesia seguente Zanzotto torni sul tema con il verso «bacoso bestiume con aureo cah! plusvalore»), passo che recita così:

Il Milton […] fu un lavoratore improduttivo. Invece lo scrittore che fornisce lavori dozzinali al suo editore è un lavoratore produttivo. Il Milton produsse Il Paradiso perduto […] per lo stesso motivo per cui un baco da seta produce seta. Era una manifestazione della sua natura. Egli vendette successivamente il prodotto per cinque sterline. Ma il proletario letterario di Lipsia che fabbrica libri […] sotto la direzione del suo editore, è un lavoratore produttivo; poiché, fin dal principio il suo prodotto è sussunto sotto il capitale, e viene alla luce soltanto per la valorizzazione di questo (26) .

Il Galateo si chiude insomma polemicamente sotto questo segno, poema davvero ctonio e, insieme, dimostrazione di acuta consapevolezza strategica. Lo sfregio drammatico che il più importante poeta del Novecento aveva compiuto su di sé e sulla sua opera, con precisa comprensione della «qualità dei tempi» (per dirla con Foscolo), è stato cicatrizzato e coperto di cerone, invisibile a vedersi. Ora è Zanzotto, imprevedibile resuscitatore della stirpe dei poeti laureati, a potersi calare il lauro mondadoriano sul capo. La poesia, eterna e immutabile, non compromessa con il bieco orizzonte del lavoro produttivo, è salva.


Note

(La numerazione delle note è continua rispetto alla prima parte del saggio).

18 A. ZANZOTTO Da Botta e risposta I a Satura, cit. p. 37.
19 - S. AGOSTI Un intervento su Gli Sguardi i Fatti e Senhal, ora in A. ZANZOTTO Le poesie e le prose scelte, Milano, Mondadori, 1999, p. 1525.
20 - F. CAMON Il mestiere di poeta, Milano, Garzanti 1982, p. 175.
21 - S. DEL BIANCO Profili dei libri e note alle poesie, in A. ZANZOTTO Le poesie...cit. p. 1541.
22 - Intervista in G. NOVELLI Zanzotto, cit. p. 11.
23 - (E poi, silenzio).
24 - S. DEL BIANCO Profili dei libri e note...cit. p. 1599.
25 - «Ma / cacone, piscione / (è questo il tuo vero nome / perché è tutto puntellato su cacca e piscio / il tuo vero sentire e pensare): / voltati da una parte, / nasconditi, se c’è, / dentro il cespuglio più fitto e imboscato, / dove non arriva il chiarore / né di speranze né di anime / né di torce che vanno a zonzo, e fa, fa ,fa […] Cose poetate anche troppo. / Basta, silenzio!».

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