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Le "paroles-actes" di Werewere Liking # 1/2

"Ce qu’il nous faudrait à nous..."

venerdì 18 marzo 2005, di Sara Tagliacozzo

La prima parte dello studio di Sara Tagliacozzo sulla scrittrice e artista camerunense Werewere Liking, attraverso alcuni dei temi centrali della riflessione sul postcoloniale.

Je marche devant et je suis.
Je marche derrière et je précède.
Je suis tout ce qui va de l’avant et avance vers le divin.
Je suis l’Impossible pour rendre tout possible.”
(Werewere Liking)

Nel 1986 Frederic Jameson scriveva: “nella situazione del terzo mondo l’intellettuale è sempre in un modo o nell’altro, un intellettuale politico” (1); alludeva alla specificità delle condizioni di produzione culturale nel mondo postcoloniale, segnato da una costante «lotta per la sopravvivenza con l’imperialismo culturale del primo mondo»(2). L’opinione di Jameson suscitò un acceso dibattito, e molti intellettuali postcoloniali si schierarono contro la definizione data dal critico marxista delle letterature del terzo mondo come di “allegorie nazionali”. Il saggio di Homi K. Bhabha The Location of culture(3), uscito qualche anno fa’ in traduzione per conto delle edizioni Meltemi, a cura di Antonio Perri, segna un’altra tappa della riflessione sulla questione del carattere politico delle letterature postcoloniali (4).

L’indagine di Bhabha sul rapporto fra cultura e letteratura in contesto postcoloniale nasce dall’intento di dimostrare che il rapporto egemonico alla base della

Werewere Liking con Nsèrèl Njock

relazione fra Occidente e mondo postcoloniale può essere sovvertito grazie ad un uso, particolarmente evidente nella letteratura postcoloniale, dell’arbitrarietà del segno come pratica di critica dell’autorità sociale. Le letterature postcoloniali, sostiene il critico bengalese, partecipano direttamente all’opera di “decolonizzazione della mente”(5) e giocano un ruolo importante in quella “lotta di identificazioni” che sta alla base di ogni conflitto politico(6): la resistenza all’ordine del discorso coloniale e neocoloniale si traduce per l’intellettuale postcoloniale nel tentativo di elaborare un sistema di significazione alternativo che porti con sè un cambiamento dell’immaginario e della pratica sociale. In questo senso, come osserva Bhabha, l’opera di “riarticolazione del segno” condotta dagli scrittori postcoloniali non si limita al solo mutamento del vocabolario dell’autorità, ma investe anche e soprattutto le strutture della rappresentazione egemonica. “Riarticolare il segno” significa per Bhabha mettere in discussione l’organizzazione della rappresentazione egemonica in un tempo lineare e progressivo (dall’effetto generalizzante, unificante e omogeneizzante(7) ), per svelare la realtà che effettivamente connota il tempo della rappresentazione culturale, realtà costituita da continue interrelazioni, negoziazioni, sovrapposizioni tra differenti universi simbolici e modelli identitari. Le produzioni culturali controegemoniche non si limitano a cambiare i contenuti culturali ed i simboli del discorso, ma realizzano una revisione radicale della temporalità sociale per interrompere il filo che lega passato e presente ad un futuro “necessario”; contrastano, cioè, il flusso del tempo lineare occidentale attraverso l’elaborazione di una nuova cornice temporale di rappresentazione. L’invenzione letteraria di temporalità alternative, osserva Bhabha in un articolo del 1995 che sviluppa le conclusioni de I luoghi della cultura, è un modo “of breaking the complicity of past and present in order to open up a space of revision and initiation”(8).

Revisione e iniziazione sembrano dunque essere i poli intorno a cui si costruisce la parola postcoloniale, una parola che si definisce attraverso il duplice movimento verso il passato e verso il presente, in una continua oscillazione fra decostruzione e rifondazione. È almeno questo il movimento che caratterizza l’opera di Werewere Liking, scrittrice camerunense autrice di tre “canti-romanzi” negli anni Ottanta (Orphée-dafric, pubblicato da L’Harmattan, Parigi, nel 1981, Elle sera de jaspe et de corail; journal d’une misovire, pubblicato nel 1983 sempre da L’Harmattan, Parigi, e L’amour-cent-vies, edito da Publisud nel 1988) e fondatrice del Villaggio di artisti Ki-Yi ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Non a caso, parlando della propria scrittura, Werewere Liking usa il termine “scrittura riflessiva”(9). Liking sintetizza con questa espressione una ricerca che affronta criticamente il rapporto fra testo e contesto e che si interroga, dispiegandosi sui differenti livelli formale e contenutistico, sulle condizioni di produzione della parola stessa, sulle modalità della sua espressione, sulle tradizioni di riferimento e sul patrimonio simbolico a disposizione. Per semplificare, si può parlare di un processo creativo che opera a due livelli, verso la creazione di un campo letterario (10) nuovo, e verso una ricerca di modelli identitari liberi dalla cosiddetta “ragione etnologica” (11), ovvero da una logica identitaria di tipo essenzialista, propria del discorso coloniale.
Infatti, se da un lato Liking si adopera in un’originale ricerca formale, stravolgendo le distinzioni fra i generi letterari, giocando con registri linguistici differenti, rifiutando la punteggiatura, coniando nuove parole, alternando versi e prosa ed utilizzando stilemi ricalcati dall’orature(12), dall’altro non smette di interrogarsi sulle condizioni di degrado culturale e politico dell’Africa, e di elaborare un progetto di rinnovamento spirituale e culturale. Il suo è un progetto culturale in cui riflessione estetica, riflessione filosofica e impegno politico sono strettamente intrecciati a formare un complesso sistema teorico che si rivela gradatamente al lettore.

Le opere di Werewere Liking sono caratterizzate da uno schema narrativo fisso: una situazione di crisi esistenziale e/o socio-culturale che investe il protagonista si risolve in una riconciliazione o in una rinascita in seguito al superamento di un rito di iniziazione. Se da un punto di vista formale ciò che caratterizza queste opere unificandole è una commistione di generi, di modi narrativi e di registri linguistici che stravolge ogni regola compositiva, per quanto riguarda la materia, esse risultano molto diverse l’una dall’altra: Orphée-dafric è un adattamento del mito di Orfeo al contesto africano, Elle sera de jaspe et de corail è un “protodiario” filosofico, un diario in costruzione, mentre L’amour-cent-vies è un particolare romanzo di formazione. Tuttavia, vi è un filo rosso che lega le opere di Liking. Si può notare infatti come, dal primo al terzo romanzo, vi sia un elemento intorno a cui si organizza la narrazione; un elemento che, usato semplicemente come materiale narrativo nel primo romanzo, diventa, nel secondo, oggetto di una riflessione teorica e infine, nel terzo, struttura stessa della rappresentazione. L’elemento in questione è il rituale d’iniziazione. In Orphée-dafric Liking mette semplicemente in scena, utilizzando un rito bassa, il percorso di iniziazione di Orfeo; in Elle sera de jaspe et de corail la scrittrice sviluppa le linee programmatiche di un intervento culturale di rinnovamento dell’Africa in cui il rituale di iniziazione è l’elemento cardine; infine, ne L’amour-cent-vies, il rituale di iniziazione diventa l’impalcatura teorica e il principio strutturale dell’intera narrazione.


Note

(1) Frederic Jameson, La letteratura del terzo mondo nell’era del capitalismo multinazionale, in «L’asino d’oro», Torino, Loescher, anno I, n. 2, nov. 1990, p. 127-150. Ediz. orig.: Thirld-world literature in the era of multinational capitalism, «Social Text», 15 (Fall 1986): 65-88.

(2) Ibidem.

(3) Bhabha, H., The location of culture, London and New York, Routledge, 1994; trad. it.: I luoghi della cultura, Roma, Meltemi, 2001.

(4) Il termine postcoloniale è qui usato nell’accezione "politica" di Aschcroft, Griffiths e Tiffin, ovvero indica un contesto caratterizzato da una relazione conflittuale e critica nei confronti del potere coloniale e neo-coloniale, e non ha dunque un connotato necessariamente temporale. Cfr. Aschcroft, B., Griffiths, G., Tiffin, H., The Empire Writes Back. Theory and Practice in Post-Colonial Literatures, London and New York, Routledge, 1989.

(5) Cfr. Ngugi Wa Thiong’o, Decolonizing the mind. Politics of Language in African Literature, London, Currey and Heinemann, 1986.

(6) Cfr. Homi Bhabha, op. cit., p. 48.

(7) Cfr. Anderson, B., Imagined Communities, London, Verso, 1991 (trad. it.: Comunità immaginate, Roma, Manifestolibri, 1996).

(8) Bhabha, H., Freedom’s Basis in the Indeterminate, in Rajchman, J., The Identity in Question, London and New York, Routledge, 1995, p. 58 («di rompere la complicità fra passato e presente così da aprire uno spazio di revisione e iniziazione»).

(9) Sennen Andriamirado, La femme par qui le scandale arrive. Entretien avec Werewere Liking, «Jeune Afrique», 1172, 22/06/1983.

(10) Cfr. Bourdieu, P., Les règles de l’art. Genèse et structure du champ littéraire, Paris, Le Seuil, 1998 [1992].

(11) Cfr. Amselle, J.-L., Logiques métisses. Anthropologie de l’identité en Afrique et ailleurs, Paris, Payot (trad. it.: Logiche meticce, Torino, Bollati Boringhieri, 1999).

(12) Da Jeremy Hawthorn, A Glossary of Contemporary Literary Theory, London, Arnold, 2000: «orature: by extrapolation from literature, a body of works of art transmitted in oral rather than written form and stored in memory rather than in writing, along with the conventions and techniques associated with oral transmission and memorial storage».

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