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Il «Verri»: cinquant’anni fra “cultura militante” e “cultura accademica”. #1/2

martedì 27 settembre 2005, di Marta Barbaro

Cinquant’anni fa, nell’autunno del 1956, Luciano Anceschi inaugurava una nuova rivista di letteratura con un programmatico Discorso generale nel quale si stabilivano l’orientamento teorico e gli obiettivi di uno strumento d’intervento culturale che sarebbe stato fra i più attivi, coerenti e longevi del panorama italiano. Lì si dichiarava la volontà di confrontarsi con la situazione in cui la rivista si trovava ad agire, di esplorarla in tutte le direzioni, di seguirne il mutamento e l’evoluzione, non con uno sguardo retrospettivo ma in modo partecipe ed attivo, al fine di trovare quel «modo che ci consenta di possedere il mondo, e di non esserne posseduti» (1) .
Anceschi, a quel tempo professore di estetica a Bologna, aveva raccolto intorno a sé dei giovani

Luciano Anceschi

studiosi e scrittori, scelti fra i suoi allievi, come Nanni Balestrini, o «arruolati» (2) secondo il suo personale intuito nel caso di Umberto Eco ed Edoardo Sanguineti, affinché si scambiassero delle idee e dialogassero insieme (3) . Gli incontri del gruppo (al quale presto si sarebbero uniti Alfredo Giuliani, Antonio Porta e Giuseppe Pontiggia) avvenivano al caffè Verri, in via Verri a Milano, e da quel luogo la nuova rivista prese il suo titolo illuminista e milanese: in continuità con la tradizione lombarda del «Caffè» e del «Conciliatore», l’atteggiamento speculativo si dichiarava visibilmente orientato verso un razionalismo critico inteso a capire, mentre si rivelava fondamentale il confronto e il dialogo fra esperienze individuali diverse e spesso contrastanti.
«Una sorta di perplessità del tempo indeciso, e di incertezza morale e sociale - in un convergere di stupefacenti e fantastici terrori - toglie all’uomo il desiderio di chiedersi ragione di sé» (4) , rifletteva Anceschi dalle pagine della prima serie; di fronte a tale consapevolezza, piuttosto che cedere alla disperazione, il «Verri» ha, al contrario, affinato le armi della ricerca col solido sostegno teorico della nuova fenomenologia critica, e per cinquant’anni ha proposto il suo «stare alle cose» indagando in tutte le direzioni la crisi del nostro vissuto, portandone alla luce gli aspetti particolari e variabili in un continuo ricominciare da capo.
«Ricominciare da capo» diventa una strategia precisa, significa comprendere e seguire i cambiamenti del tempo regolando su di essi i propri strumenti, al fine di trovare una risposta sempre efficace. Ed ecco, allora, il perché di più serie affidate a sempre nuovi editori, oggi giunte alla decima per le edizioni Monogramma, ciascuna delle quali corrisponde ad una fase diversa nella vita della rivista (5) , «a diverse, precise acquisizioni, e a ben definiti momenti di uno svolgimento

Edoardo Sanguineti

coerente» (6) .
Il punto di partenza per l’opera di ricognizione fu da subito stabilito nella letteratura, e nella poesia in particolare, considerate non quali entità isolate ma in una fitta relazione con tutte le manifestazioni della cultura e del pensiero, linguaggi, al pari degli altri, attraverso i quali dare significato al proprio tempo:

per «rivista di letteratura» non si intende forse parlare di uno sguardo - di uno sguardo critico, sistematico, operante - a tutto il moto complesso della cultura vivente attraverso il mobile specchio della letteratura? Di uno sguardo che è anche continuamente un intervento? (7)

La rivista era nata, infatti, per contrapporsi alla stanchezza della letteratura del dopoguerra, chiaro segno di uno stato di crisi di tutta la cultura in generale, e i primi bersagli polemici furono le due maggiori tendenze, ermetismo e neorealismo, che sembrava avessero esaurito le proprie risorse. L’ermetismo, che aveva avuto una certa vitalità con le produzioni della Linea lombarda, risultava incapace di rinnovarsi in conseguenza della rigida ed elitaria definizione di letteratura fornita dall’idealismo, che la costringeva in uno snobistico isolamento dalle altre attività umane. Il neorealismo, invece, limitandone la validità allo svolgimento di una funzione etica morale sociale o politica, sottometteva la letteratura ad una necessità della vita stessa e la privava di qualsiasi autonomo movimento.
Fu la fenomenologia, al cui metodo estetico-filosofico di ricerca Luciano Anceschi era legato da molti anni - l’applicazione al campo dell’arte della filosofia di Husserl, di un Husserl riletto da Banfi,

Umberto Eco

aveva dato i suoi frutti a partire dal fondamentale saggio su Autonomia ed eteronomia dell’arte del 1936 - a proporre una nuova idea di letteratura e ad aprire la strada al nuovo. Non si trattava di accogliere o condannare in blocco un’attitudine del Novecento e i suoi valori, qualunque essa fosse, ma di riconoscere che quei valori avevano soddisfatto certe necessità che il tempo aveva fatto venir meno creandone di nuove. Perché universalizzare qualcosa che ha valore solo in uno specifico contesto culturale ed artistico e che perde di vitalità se trasportato oltre quei confini? Perché cercare un ideale assoluto per l’arte, da qualsiasi ambito possa essere tratto, se poi questo prende le forme di un’imposizione dall’esterno e se la pratica letteraria lo nega e lo trasgredisce?
La fenomenologia tende invece a richiamarsi «all’esperienza del vissuto e del vivente della letteratura» (8) , ad aprirsi e comprendere ogni sua manifestazione, risponda essa o meno ad una Definizione già data o si integri in un Sistema filosofico. Il concetto di letteratura diventa così aperto, non esauribile da nessuna delle definizioni particolari, un orizzonte ampio che tutte le comprende recuperando la validità relativa di ciascuna in relazione ai mutamenti storici, sociali, culturali. Ne consegue una rivalutazione delle poetiche in tutta la loro varietà e contraddittorietà, sia in quanto tentativo dell’arte di darsi da sé una legittimazione all’interno della vita e del pensiero dell’uomo, stabilendo i propri principi in piena autonomia; sia perché, nel caso delle poetiche, l’istanza riflessiva e filosofica ha una direzione prammatica, è rivolta, cioè, direttamente ai modi del fare ed entra subito nel vivo dell’arte.
Ma se per mezzo del concetto di poetica, la letteratura ottiene la sua autonomia, ciò non significa affatto idolatria del letterario che esclude qualsiasi contaminazione, al contrario si stabilisce un organico e complesso sistema di rapporti con tutte le attività umane e un’apertura verso le altre forme d’arte. Lucio Vetri parla infatti di autonomia che, allo stesso tempo, ha «molte e incisive possibilità eteronome, pur senza precipitarsi sull’attualità sociologica e politica con attività di pronto intervento» (9) . La letteratura si pone, cioè, come un anello di connessione, la base di partenza per un’ampia ricognizione interdisciplinare che tocca tutti gli ambiti della conoscenza, dei quali viene indagata la situazione vivente e indicate le prospettive future, non tralasciando mai di stabilire fitti collegamenti con il passato. Anceschi ripetutamente pone l’accento sull’«anima barocca» di una rivista che potenzialmente contiene in sé altre riviste, dal momento che, «secondo quell’aperto sentimento della letteratura» proclamato fin dal primo numero, dalla filosofia alla scienza, dalla morale alla politica, dal costume alla pittura, o al teatro, la musica e il cinema, «tutto rientra nel discorso» (10) .
Il «Verri» diventava, così, in virtù delle sue stesse basi teoriche, uno strumento coraggioso, e allo stesso tempo responsabile, per scovare il nuovo,

Nanni Balestrini

per trovare nella sterilità e nel nulla qualcosa di vivente da incoraggiare e far conoscere. Accanto all’attività speculativa, che tende alla comprensione di tutte le realtà piuttosto che all’esclusione, e di informazione a vasto raggio, si impone quindi la necessità di una scelta, l’impegno in un determinato contesto storico-culturale di «effettuare degli atti tetici, assumere delle posizioni» (11) e insomma militare per una causa, partecipando attivamente al movimento della letteratura con propositi di collaborazione e promozione.

[continua...]



Note

1. LUCIANO ANCESCHI, Intervento, in «Il Verri», I, 1957, n°4, p. 6.
2. Significativo è il racconto di Eco sulla composizione di quel primo nucleo di lavoro: «[Anceschi] Stava per iniziare una rivista e non stava cercando nomi famosi (li aveva già), cercava di mettere insieme dei giovani, non necessariamente suoi allievi, gente diversa, e voleva che parlassero fra loro. Gli avevano detto che c’era un giovanotto di ventiquattro anni con interessi che potevano incuriosire anche lui, e andava ad arruolarlo» (UMBERTO ECO, I primi numeri del ‘verri’, in Luciano Anceschi tra filosofia e letteratura, in «Studi di estetica», III, 1997, n°15, p. 29).
3. Sanguineti ricorda lo scambio epistolare all’inizio dei suoi rapporti con Anceschi e l’insistenza sul dialogo: «... questa speranza intorno a un ‘discorso che non finirà presto’, effettivamente era il sentimento di una possibilità di dialogo che è durata finché è durata l’esistenza di Anceschi» (EDOARDO SANGUINETI, Anceschi: un maestro, un amico, in Luciano Anceschi tra filosofia e letteratura, cit., p. 206).
4. LUCIANO ANCESCHI, Intervento, in «Il Verri», I, 1957, n°4, p. 5.
5. Una «rivista in progress», la definisce Anceschi, sempre in evoluzione, mai paga dei risultati raggiunti, piuttosto pronta a modificarli qualora le circostante lo suggerissero. La prima serie ha periodicità trimestrale ed esce presso l’editore Mantovani di Milano fino al fascicolo n°4 del 1957, ed è generalmente indicata quale «fase di orientamento e riconoscimento»; ad eccezione del n°1 del 1958 pubblicato da Scheiwiller, la seconda serie è curata da Rusconi e Paolazzi fino al 1961 (dal ’59 con periodicità bimestrale); dal 1962 si avvia quel fertile rapporto, durato dieci anni, con l’editore Feltrinelli, presso il quale escono la terza e quarta serie; dal 1973 la direzione e redazione si spostano a Bologna e il «Verri» esce in edizione propria fino al fascicolo n°12 del 1986 che conclude la settima serie; dal 1987 al 1995 sarà l’editore Mucchi di Modena a curarne le uscite, mentre la decima, e al momento ultima, serie, postuma alla morte dello storico direttore della rivista, è pubblicata a Milano per i tipi Monogramma.
6. LUCIANO ANCESCHI, Intervento, in «Il Verri», XVII, 1973, n°1, p. 6.
7. LUCIANO ANCESCHI, Del ‘verri’, perché lo abbiamo fatto e lo facciamo, in «Il Verri», XI, 1967, n°25, p. 5.
8. LUCIANO ANCESCHI, Del “verri”, perché lo abbiamo fatto e lo facciamo, in «Il Verri», XI, 1967, n°25.
9. LUCIO VETRI, Postfazione a Interventi per il “verri” (1956-1987), a cura di Lucio Vetri, Longo Editore, Ravenna, 1988, p. 209.
10. LUCIANO ANCESCHI, Discorso generale, in «Il Verri», I, 1956, n°1, (INT, p. 26).
11. RENATO BARILLI, La neoavanguardia italiana. Dalla nascita del «Verri» alla fine di «Quindici», Il Mulino, Bologna, 1995, p. 197.

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