Chimera
"Le pays des chimeres est en ce monde le seul digne d’être habité, et tel est le néant des choses humaines, que hors l’être existant par lui-même, il n’y a rien de beau que ce qui n’est pas." Leopardi, Zibaldone, 6...7 Mag.1829.
Variazioni su un’immagine
Lucretio, & Homero dicono, che la Chimera hà il capo di Leone, il ventre di capra, & la coda di drago, & che getta fiamme per la bocca , come racconta anco Virgilio, che la finge nella prima entrata dell’inferno. (Cesare Ripa, Iconologia, Roma 1593-1603)
La storia di Chimera: intrecci mitici.
Questo maraviglioso animale, figlio di Tifone e di Echidna, ha il corpo composto di tre parti diverse - per la parte anteriore un leone, per quella centrale una capra e per quella posteriore un serpente -, e vomita fuoco dalle fauci. Secondo una tradizione (Iliade XVI, 328), era stata allevata dal re di Licia, Amisodaro, che aveva nelle sue greggi una giovane capra con questo nome. Ma Chimera danneggiava con le sue rovinose incursioni le campagne della Licia e della Caria e un altro re di Licia, Iobate o Giobate, ne ordinò l’uccisione e, su istigazione del genero Preto, ne affidò l’incarico a Bellerofonte, nella segreta speranza che fosse l’eroe a rimanere ucciso.
Un mostro figlio di mostri: genealogia di Chimera.
La madre Echidna, propriamente vipera o serpente, per metà essere umano e per metà serpente, era figlia di Crisaor o, secondo altri, di Forco e di Ceto. Generò, insieme a Tifone, la maggior parte dei mostri della mitologia classica: oltre a Chimera, il cane Ortro dalle molte teste, il drago dalle cento teste che faceva la guardia ai pomi delle Esperidi, il drago della Colchide, la Sfinge, Cerbero (da cui l’appellativo "cane echidneo"), Scilla, la Gorgone, l’idra di Lerna, l’aquila che divorava Prometeo, il leone nemeo. Fu uccisa nel sonno da Argo. [Fonti: Esiodo, Teogonia ( ); Apollodoro (2.1.2); Ovidio, Metamorfosi (4.501)] Il padre, Tifone o Tifeo, è un mostro primordiale, descritto ora come bufera devastante, ora come drago o gigante che vomita fuoco. Nella versione omerica è un essere nascosto nella terra, nella regione degli Arimi, che viene debellato da Zeus con i suoi lampi (Iliade, 2.783). Esiodo invece distingue tra Tifone e Tifeo, presentandoli come due creature diverse (Teogonia, 821 ss. e 306 ss.). Tifone, ritenuto figlio di Tifeo, è rappresentato come un terribile uragano. Tifeo, invece, è presentato come figlio minore del Tartaro e di Gea, o anche della sola dea Era che l’aveva partorito senza il concorso di alcun essere maschile, indignata perché Zeus aveva messo al mondo Atena senza di lei. In questa seconda versione Tifeo sarebbe il frutto dell’ira femminile. Solitamente è presentato come un mostro alato, con cento teste, occhi terrificanti, che emette voci spaventose dalle sue cento bocche. La parte inferiore del suo corpo si avvolge in due gigantesche spirali serpentiformi. Entrato in contesa con Zeus per il dominio del mondo, fu quasi sul punto di riportare la vittoria, perché riuscì ad avvolgere il dio nelle sue spire e ad amputargli i nervi delle mani e dei piedi, relegandolo poi in una grotta della Cilicia.
La Chimera dell’Iliade nella traduzione del Monti
"Dall’Eolide Sisifo fu nato
Glauco; da Glauco il buon Bellerofonte,
cui largiro gli Dei somma beltade,
e quel dolce valor che i cuori acquista.
Ma Preto macchinò la sua ruina,
e potente signor d’Argo che Giove
sottomessa gli avea, d’Argo l’espulse
per cagione d’Antèa sposa al tiranno.
Furiosa costei ne desiava
segretamente l’amoroso amplesso;
ma non valse a crollar del saggio e casto
Bellerofonte la virtù. Sdegnosa
del magnanimo niego l’impudica
volse l’ingegno alla calunnia, e disse
al marito così: Bellerofonte
meco in amor tentò meschiarsi a forza:
muori dunque, o l’uccidi. Arse di sdegno
Preto a questo parlar, ma non l’uccise,
di sacro orror compreso. In quella vece
spedillo in Licia apportator di chiuse
funeste cifre al re suocero, ond’egli
perir lo fésse. Dagli Dei scortato
partì Bellerofonte, al Xanto giunse,
al re de’ Licii appresentossi, e lieta
n’bbe accoglienza ed ospital banchetto.
Nove giorni fumò su l’are amiche
di nove tauri il sangue. E quando apparve
della decima aurora il roseo lume
interrogollo il sire, e a lui la tèssera
del genero chiedea. Viste le crude
note di Preto, comandògli in prima
di dar morte all’indomita Chimera.
Era il mostro d’origine divina
lion la testa, il petto capra, e drago
la coda; e dalla bocca orrende vampe
vomitava di foco. E nondimeno
col favor degli Dei l’eroe la spense.
Pugnò poscia co’ Sòlimi, e fu questa,
per lo stesso suo dir, la più feroce
di sue pugne. Domò per terza impresa
le Amazzoni virili. Al suo ritorno
il re gli tese un altro inganno, e scelti
della Licia i più forti, in fosco agguato
li collocò; ma non redinne un solo:
tutti gli uccise l’innocente. Allora
chiaro veggendo che d’un qualche iddio
illustre seme egli era, a sé lo tenne,
e diegli a sposa la sua figlia, e mezza
la regal potestade."
Iliade, Libro VI (145)
"Da due germani i due germani uccisi
così n’andaro a Dite, ambo valenti
di Sarpedon compagni, ambo famosi
lanciatori, figliuoi d’Amisodaro
che la Chimera, insuperabil mostro
di molte genti esizio, un dì nudriva."
Iliade, Libro XVI (367)
La Chimera di Ovidio
"quoque Chimerae iugo mediis in partibus ignem,
pectus et orae leae, cauda serpentis habebat"
"e il monte della Chimera, il mostro coi fianchi infuocati,
il petto e la testa di leonessa, la coda di serpe"
Ovidio, Metamorfosi, IX, 647- 48.
La Chimera di Notre-Dame
È alata, è affacciata a una balaustra, si regge il mento con le mani - in una posa tipica dell’iconografia della malinconia - e sembra guardare dall’alto la città. Ma la lingua che le fa capolino tra i denti accenna al riso, allo sberleffo. Ha naso di leone, corna di capra e busto perfettamente umano.
Le Chimere letterarie
"Tra queste solitudini s’imbosca
non so s’io deggia dir femina o fera.
Alcun non è che l’esser suo conosca
o ne sappia ritrar l’effigie vera;
e pur ciascun col suo veleno attosca,
si ritrova pertutto ed è chimera,
un fantasma sofistico ed astratto,
un animal difforme e contrafatto."
G.B. Marino, Adone, Canto 12 (792)
"Ma poi trovò, nello scendere il monte,
una strana chimera a una fonte.
Uccise questa, che fu maraviglia,
ché mai nessun più non v’era arrivato
ch’affisar sol questo mostro le ciglia
col guardo suo non l’avessi ammazzato."
Pulci, Morgante, Cantare 25 (996)
[È Rinaldo a uccidere il mostro.]
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