Sguardomobile

Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

Home > 03 - Traduzioni > Letterature > Platonov - Giustizia per i morti

03 - Traduzioni. Letterature

Platonov - Giustizia per i morti

Un racconto inedito del grande maestro russo Andrej Platonovic Platonov, tradotto per SM da Claudio Napoli

giovedì 13 luglio 2006, di Andrej Platonovic Platonov, Claudio Napoli

Il presente racconto di Andrej Platonovic Platonov venne per la prima volta pubblicato nel giornale "Krasnaja Zvezda" ("Stella Rossa") il 28 ottobre 1943. La prima redazione del racconto era intitolata "Mat’" ("La madre").
Si tratta di un racconto perfetto nella sua sostenutezza e nella profondissima percezione del dolore universale sceso sulla terra con la guerra.
Personificazione immanente di questo dolore è una madre, una madre anziana che ha perso tutti i suoi figli e vaga per la Russia occidentale come ombra destinata alla morte. Il marchio di morte e devastazione inciso sul suo volto è talmente netto, che gli stessi tedeschi temono di toccare la donna, lasciandola al suo destino di sileziosa follia, lasciandola " morire per conto suo", come leggiamo nello stesso testo. La chiusura del racconto lascia intravedere un lontano spiraglio di speranza, illuminato dalla responsabilità avvertita dai vivi verso i loro fratelli morti, scomparsi così crudelmente e assurdamente. Il senso di questa responsabilità non implica altro che il dovere di creare un mondo più grande, nobile e immune alla "prima delle menzogne - la morte". Per il lettore sovietico del periodo immediatamente successivo alla vittoria sul nemico nazista la conclusione del racconto non poteva non lasciare un possente respiro di struggente orgoglio e speranza in un mondo migliore. Per noi, lettori consapevoli del successivo e attuale svolgimento dell’infelice storia umana, non può non lasciare un sorriso di compassionevole rassegnazione: a differenza del lettore sovietico, noi ormai sappiamo benissimo che nessuno riporterà alla vita la madre con i suoi tre figli, che sono destinati a morire eternamente ed eternamente vagare per la terra in un assurdo destino di ingiustizia e violenza...
(CN)

La madre era tornata a casa. Stava fuggendo dai tedeschi, ma non poteva vivere lontano da casa sua - e vi era tornata.

Era passata due volte per campi stretti dal fronte, oltre le posizioni tedesche: il fronte in quei luoghi era irregolare, e la donna aveva potuto camminare per la strada vicina al suo paese natale. Non provava timore e non si nascondeva da nessuno - i nemici non l’avevano mai offesa. Passava per i campi, angosciata, spettinata, il volto opaco, quasi senza sguardo. Non le interessava che cosa stesse accadendo nel mondo, e nulla poteva più rattristarla o rallegrarla, poiché il suo dolore era eterno e la sua tristezza infinita: la madre aveva perso tutti i suoi figli. Ora era così debole e indifferente a ciò che succedeva attorno, che camminava come un fuscello rinsecchito portato via dal vento: anche tutto ciò che la incontrava rimaneva indifferente verso di lei. Questo le dava un tormento ancora maggiore: nessuno le era più necessario - nemmeno lei quindi era più necessaria ad alcuno. Una simile sorte era sufficiente a far morire un uomo, ma lei non era morta; aveva bisogno di rivedere la casa dove aveva vissuto tutta la vita e il luogo in cui, in battaglie ed esecuzioni, erano morti i suoi figli.

Lungo il cammino aveva incontrato dei tedeschi, che però non l’avevano toccata; una vecchia così afflitta era per loro una cosa strana, i soldati avevano provato orrore al vedere l’essenza umana del suo volto - e l’avevano lasciata in pace, perchè morisse per conto suo. Capita al mondo capita di vedere questa luce alienante sul volto di alcune persone: una luce che spaventa le belve e i nemici, e nessuno è in grado di uccidere o avvicinare una persona con un simile marchio. Le belve e gli uomini preferiscono lottare con i propri simili, mentre ignorano gli estranei, per la paura di provarne timore e di essere vinti da una forza sconosciuta.
Attraversando la guerra, la vecchia madre era tornata a casa. Ma il suo luogo natale ora era desolato. La piccola, misera casa, adatta a ospitare una sola famiglia, protetta da semplice argilla, verniciata di giallo, con un comignolo di mattoni simile a una testa pensierosa, era stata da tempo bruciata dal fuoco tedesco. Al suo posto erano rimaste le braci spente, da cui cominciava a spuntare un’erba da cimitero. Anche le case dei vicini non esistevano più, la vecchia città era interamente scomparsa: tutto d’intorno s’era fatto luce e tristezza, e l’orizzonte si apriva indisturbato sulla terra silenziosa. Sarebbe passato ancora del tempo, e quel luogo una volta abitato si sarebbe ricoperto di sterpaglie, sarebbe stato sferzato dal vento, livellato dalle piogge: non sarebbe rimasta più traccia d’uomo, e nessuno avrebbe compreso tutto il tormento dell’esistenza umana, nessuno avrebbe ereditato quel tormento per una saggezza e una felicità future, perchè nessuno sarebbe sopravvissuto. La madre sospirò sotto il peso di quest’ultimo pensiero e di un dolore al cuore per tanta vita così assurdamente condannata. Ma il suo cuore era buono, e per amore dei morti aveva voluto continuare a vivere in loro nome, per compierne la volontà, rapita sotto terra insieme a loro.
Si mise a sedere in mezzo alle rovine ormai fredde del rogo e fece scorrere tra le dita le ceneri della sua casa. Conosceva bene la sua sorte, sapeva bene che presto sarebbe morta, ma la sua anima non si rassegnava a quel destino: se lei fosse morta, chi avrebbe conservato la memoria dei suoi figli, chi li avrebbe conservati nel suo amore quando anche il suo cuore avesse cessato di battere?

La madre non lo sapeva, nei suoi pensieri solitari. Le si fece dappresso una vicina, Evdokija Petrovna - in passato una donna giovane, attraente e procace, ma ora indebolita, mite e indifferente. I suoi due bambini erano stati uccisi da una bomba mentre fuggivano dalla città insieme a lei, e il marito era scomparso durante i lavori di trinceramento: anche lei era ritornata a casa, per seppellire i piccoli e finire la propria esistenza in un luogo senza vita.
“Salve, Marija Vasil’evna” disse Evdokija Petrovna.
¬_ “Dunja, sei tu” le rispose Marija Vasil’evna, “mettiti a sedere accanto a me, parliamo un po’. Guardami bene in testa: è da molto che non me la lavo”.
Dunja, obbediente, si sedette; Marija Vasil’evna le mise la testa sulle ginocchia e la vicina cominciò a cercare i pidocchi. Entrambe trovavano sollievo in quell’occupazione; una cercava con grande attenzione, l’altra le si stringeva, cominciando a sonnecchiare, tranquillizzata dalla vicinanza di una persona conosciuta.
“E i tuoi, sono tutti morti?” chiese Marija Vasil’evna.
“Tutti. Sicuro!” rispose Dunja, “e i tuoi? Anche loro...?”
“Anche loro. Non è rimasto nessuno” disse Marija Vasil’evna.
“A noi due non è rimasto più nessuno” disse Dunja, soddisfatta che il suo dolore non fosse il più grande al mondo: anche ad altre persone era successa la stessa cosa.
“Il mio dolore è più grande del tuo: io ero vedova anche prima” disse lentamente Marija Vasil’evna, “i due maschi mi sono morti qui, fuori le mura. Erano nel battaglione di lavoro, quando i tedeschi sono passati da Petropavlovka alla strada maestra di Mitrofan’ev... Mia figlia invece mi ha portato via da qui, lontano lontano... Mi voleva bene, era mia figlia. Poi mi ha lasciato, ha cominciato ad amare altri, ha cominciato ad amare tutti e ad aver pena di uno solo. Era una ragazza buona, mia figlia: si era completamente piegata su di lui, era malato, era ferito, era come morto. Alla fine anche lei è morta, l’hanno ammazzata dall’alto, dall’aereo... E io sono tornata, che m’importa ormai! Per me fa lo stesso! Anche io adesso sono come morta...”
“E che puoi farci: vivi come una morta, anche io ormai vivo così” disse Dunja. “I miei giacciono, e anche i tuoi sono morti... Io poi so dove stanno seppelliti i tuoi: stanno là, dove hanno trascinato e sotterrato tutti; io ci sono stata, l’ho visto con i miei occhi. Prima hanno contato tutti i morti, hanno riempito dei fogli, i loro li hanno sotterrati da una parte, e i nostri se li sono trascinati più giù, hanno tolto i vestiti a tutti e via, tutta la roba che toglievano finiva nei loro documenti. Hanno perso un sacco di tempo a riempire le carte, ma poi si sono messi a trascinarli per seppellirli...”
“E chi è che ha scavato la fossa?” si interessò Marija Vasil’evna, preoccupata. “L’hanno scavata profonda? È che li hanno sotterrati nudi, freddi: una fossa profonda sarebbe un po’ più calda!”
“Macchè fossa profonda!” raccontò Dunja. “Hanno trovato una buca fatta da un colpo di cannone, ed eccoti la fossa! Ci hanno buttato i morti fino all’orlo, ma alcuni non ci entravano, allora hanno fatto passare un carro armato sui corpi, che si sono spezzati e frantumati. Così s’è fatto un po’ di spazio, e hanno finito di buttarci il resto. Ai tedeschi non andava di scavare, risparmiano le forze. Sopra ci hanno messo un po’ di terra. Ecco, i cadaveri stanno lì, a prendere freddo; solo i morti possono sopportare un tormento così - giacere un’eternità nudi, nella terra fredda...”
“E i miei? Che pure loro li hanno maciullati col carro armato o li hanno messi per ultimi, interi?” chiese Marija Vasil’evna.
“I tuoi, dici?” le rispose Dunja. “Non ci ho fatto caso... Stanno tutti là, ai bordi della strada oltre le mura. Se ci vai li vedi. Io ho fatto per loro una croce con due rami e l’ho piantata sulla fossa, ma non serve a niente: la croce cadrà presto. E poi anche se la fai di ferro, la gente dimentica i morti...”
Marija Vasil’evna alzò la testa dalle ginocchia di Dunja, mise quella della donna sulle sue e cominciò a cercarle i pidocchi tra i capelli. Questo l’aiutava. Il lavoro manuale sana l’anima inquieta e malata.

Marija Vasil’evna si alzò quando ormai era prossima la sera. Era una donna vecchia e si stancava presto. Disse addio a Dunja e si diresse verso le tenebre, dove giacevano i suoi figli: i maschi nel settore vicino e la figlia più lontano.
Marija Vasil’evna uscì dalle mura, e si fermò nell’area proprio accanto alla città. Prima oltre mura abitavano degli ortolani, in casette di legno, e si sostentavano con i prodotti dei loro appezzamenti. Così vivevano da tempi immemorabili.
Ora non era rimasto più nulla, lo strato superiore dei campi era carbonizzato, mentre gli ortolani erano morti o fuggiti chissà dove... O forse erano stati catturati e portati ai campi di lavoro forzato a morire.

Dalla zona d’oltre mura entrava nella pianura la strada maestra di Mitrofan’ev. Ai bordi della strada prima crescevano i salici, ma ora la guerra li aveva polverizzati sin quasi alle radici. La strada così disadorna era noiosa, si aveva l’impressione di essere prossimi ai confini del mondo, a cui nessuno arriva mai.
Marija Vasil’evna raggiunse il sito della fossa, dove effettivamente si trovava una croce fatta di due miseri rametti tremanti. La madre si sedette accanto alla croce, sotto cui giacevano nudi i suoi figli, assassinati, umiliati e gettati nella polvere da mani estranee.
Venne la sera, che si tramutò presto in notte. Le stelle autunnali brillavano in cielo come dopo aver pianto: si aprirono lassù in alto occhi sorpresi e buoni, che guardavano fissamente la terra nera, animata da tanto dolore e desiderio di essere amata... Così grandi erano il dolore e il desiderio di essere amata che nessuno di quegli occhi, per compassione e travagliato amore, poteva distoglierne lo sguardo.
“Se voi foste vivi” sussurrò la madre ai figli, guardando a terra, “Se voi foste vivi, quante cose avreste fatto, quanti destini avreste conosciuto! Ma adesso siete morti: dov’è la vita che non avete vissuto, chi la vivrà per voi? Matvej quanti anni aveva? Ventitre. Vasilij ventotto. Mia figlia aveva diciotto anni. Adesso ne avrebbe diciannove, ieri era il suo compleanno... Quanta vita ho perso per voi, quanto sangue mi si è seccato per la vostra vita... Si vede che non sono bastati la mia vita e il mio sangue per salvarvi. Non sono bastati, se non li ho salvati, se non sono riuscita a farli rimanere in vita... Erano figli miei, non avevano chiesto di venire al mondo. E io li ho partoriti senza pensarci. Che vivano. Ma vivere qui sulla terra ancora non si può. Niente è ancora pronto per i figli: preparavamo, preparavamo, ma nessuno è stato in grado di fare qualcosa di buono! Qui i figli non possono vivere, ma noi li abbiamo partoriti lo stesso - e che altro possiamo fare noi, madri... Vivere da sole non ha senso, forse...”
Toccò la terra che copriva la fossa e vi si mise a giacere supina. Sotto terra tutto era tranquillo, non si sentiva niente.
“Stanno dormendo” sussurrò la madre “nessuno si muove: morire è stato difficile e si sono stancati. Che dormano, io aspetto: non posso vivere senza i miei figli, non voglio vivere senza i morti...”
Marija Vasil’evna alzò il volto da terra: le era sembrato che sua figlia Natasha l’avesse chiamata; chiamata senza dire nulla, pronunciando qualcosa solo con un fievole sospiro. La madre si guardò attorno, desiderando vedere da dove l’avesse invocata la figlia, da dove provenisse quella voce mite - dal campo silenzioso, dalle profondità della terra o dalle lontananze del cielo, proprio da quella stella chiara? Dov’è ora la sua bambina morta? O forse ormai non è più da nessuna parte: forse ha avuto solo l’impressione di sentire la voce della figlia, che riecheggia come un ricordo nel suo cuore?
Marija Vasil’evna si mise nuovamente ad ascoltare, attenta: di nuovo dal silenzio del mondo la raggiunse la voce della figlia, una voce così lontana che sembrava tacesse, e nonostante tutto pura - pura e chiara. Questa voce parlava di speranza e gioia, diceva che si sarebbe avverato quello che ancora non s’era avverato: i morti sarebbero ritornati a vivere sulla terra e quanti fossero stati divisi si sarebbero nuovamente riuniti in un abbraccio e non si sarebbero più allontanati l’uno dall’altro.
La madre sentì chiaramente che la voce della figlia era lieta. Comprese che la figlia sperava ed era certa che sarebbe ritornata alla vita. Capì che la figlia morta attendeva aiuto dai vivi e non voleva restare morta.
“Figlia mia, come posso aiutarti? Io stessa respiro appena” disse Marija Vasil’evna: parlava in modo tranquillo e persuasivo, come se si trovasse a casa, nella serenità domestica, a discorrere con i figli, come spesso succedeva nei non lontani giorni felici. “Non potrò rialzarti da sola, figliola mia. Se tutta la gente iniziasse ad amarti e a eliminare tutta la falsità dalla terra, allora potrebbe riportare alla vita te e tutti quelli che sono morti innocenti: la morte non è la prima falsità, poi? E io da sola come potrò aiutarti? Adesso posso solo morire di dolore e venire a farti compagnia!”
A lungo la madre disse alla figlia parole di saggio conforto, quasi i figli morti potessero sentirla attraverso la terra. Infine cominciò a sonnecchiare e si addormentò sulla fossa.
In lontananza, la notte venne illuminata dalla guerra: all’orizzonte riecheggiò il brusio delle cannonate - cominciava una battaglia. Marija Vasil’evna si svegliò, guardò in direzione dell’orizzonte infuocato e si mise in ascolto del respiro frequente dei cannoni. “Sono i nostri che vengono”, decise fermamente. “Che vengano, che vengano il prima possibile. Che ritorni il potere sovietico, che ama la gente, che ama il lavoro. Insegnerà tutto alla gente, perchè è un potere inquieto. Magari passerà un secolo, ma la gente alla fine imparerà a far tornare vivi i morti, e allora respirerà di sollievo, sarà colmo di gioia il desolato cuore delle madri”.
Marija Vasil’evna credeva e capiva che tutto sarebbe accaduto come lei voleva e come le era necessario per consolare la sua anima. Osservava gli aerei in volo, e si diceva che era difficilissimo costruirli. A maggior ragione sarebbe stato possibile un giorno riportare i morti alla vita, se il popolo si fosse preso a cuore il dolore delle madri, che avevano partorito e sotterrato i propri figli, e che stavano morendo di nostalgia.
Di nuovo si sdraiò sul terriccio molle della fossa, per essere più vicina ai suoi bambini, che tacevano. Il loro silenzio era una condanna a tutto il mondo maledetto, che li aveva uccisi, e uno strazio per la madre, che ricordava l’odore del loro corpo quando erano piccoli, e il colore dei loro occhi vivi...

Verso mezzogiorno i carri armati russi entrarono nella strada maestra di Mitrofan’ev e si fermarono presso le mura cittadine per ispezionare il luogo e fare rifornimento di benzina. Avevano cessato di sparare, dal momento che la guarnigione tedesca della città fantasma aveva rinunciato a combattere e si era ricongiunta in fretta alle proprie unità.
Un carrista dell’Armata Rossa si allontanò dal gruppo e si mise a camminare per l’area, su cui ora risplendeva un sole pacifico. Il carrista non era giovane, era ormai in età avanzata: amava osservare come cresceva l’erba e vedere se le farfalle e gli insetti che conosceva dall’infanzia esistevano ancora.
Accanto alla croce, fatta di due rametti, il carrista vide una vecchia supina per terra. Si abbassò per osservarla meglio, ne controllò il respiro: infine la girò a faccia in su e per sicurezza ne auscultò il petto. “Il cuore se n’è andato” comprese il carrista, e le coprì il volto con un panno pulito, che teneva come pezza di ricambio per i piedi. “Per lei non aveva più senso vivere: guarda un po’ come la fame e il dolore se la sono mangiata viva: la pelle al sole fa vedere le ossa”.
“Dormi ora” le disse il carrista a mo’ di addio. “Di chiunque tu sia madre, con la tua morte anch’io sono rimasto orfano”.
Le rimase ancora un poco accanto, non volendo abbandonare per sempre una madre.
“Adesso intorno a te è buio, te ne sei andata via da noi, lontano... Che ci vuoi fare! Adesso non abbiamo tempo per piangerti, prima di tutto bisogna togliere di mezzo il nemico. E poi tutto il mondo deve capire. Altrimenti è impossibile, altrimenti tutto questo è inutile!”
Il carrista tornò indietro, cominciando a provare angoscia senza i morti. Tuttavia egli sentì che ora vivere era diventato tanto più necessario. Era necessario non solo annientare il nemico della vita umana, era necessario anche vivere, dopo la vittoria, di quella vita superiore che silenziosamente i morti avevano lasciato per testamento. E allora, a loro eterna memoria, era necessario realizzarne in terra tutte le speranze: la loro volontà doveva essere onorata e il loro cuore, pur avendo cessato di battere, non doveva essere ingannato. I morti non avevano nessuno a cui credere oltre ai vivi: ora bisognava vivere in modo che quella fine fosse giustificata dal destino felice e libero del popolo. Solo così si poteva rendere giustizia a loro, i morti.


Claudio Napoli si è formato alla facoltà di scienze
umanistiche alla Sapienza di Roma. Traduce dal russo, dal serbo-croato, dal turco e dall’ucraino. E’ autore di alcuni articoli di storia russa, in
particolare sulle reali origini del potere zarista
russo. Per contatti, scrivere qui.

Un messaggio, un commento?

Chi sei?
I tuoi messaggi

Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.