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03 - Traduzioni. Letterature

José Eduardo Agualusa - Il refuso

venerdì 15 giugno 2007, di Alberto Sismondini

Di José Eduardo Agualusa abbiamo già pubblicato su Sguardomobile il racconto I negri non sanno mangiare l’aragosta, sempre tradotto da Alberto Sismondini. Quel racconto aveva avuto un suo ruolo per la diffusione di Agualusa in Italia, o almeno nell’Italia della rete, o almeno nell’Italia della rete che aveva letto quel racconto.
Angolano, José Eduardo Agualusa scrive in portoghese e oggi risiede tra Luanda e Lisbona. Questo racconto è stato pubblicato il 20 maggio 2007 a pagina 28 di “Pública”, supplemento domenicale del quotidiano "Público". Il titolo originale è “A gralha”.

Con R.R. andò così: un piccolo refuso si posò nella frase di apertura del suo sesto romanzo e la distorse completamente. Quella frase si arricchì di una forza oscura che sembrava contaminare – o trasformare – tutto il testo restante. In seguito a quell’errore fortunato, il romanzo fu un successo. R.R. aveva già pubblicato cinque altri titoli, ma nessuno era riuscito a richiamare la pur minima attenzione: come erano apparsi erano spariti, senza che nessuno se ne fosse accorto, perduti nel flusso torrentizio degli altri libri che ogni mese inondano le librerie. Il successo del suo sesto romanzo, tuttavia, fece riscoprire a pubblico e critica quelli precedenti, e R.R. si vide proiettato verso una promettente carriera letteraria.
I suoi libri furono tradotti in diverse lingue europee. Viaggiava molto, diviso tra presentazioni e festival letterari, ora era a Parigi, ora a New York, e ovunque c’era sempre qualcuno, un giornalista, un accademico, un semplice lettore, che in un determinato momento citava, commosso, angosciato o meravigliato, a seconda dell’interpretazione, la frase inaugurale del suo sesto romanzo.
Per R.R. era sempre un momento un poco imbarazzante. Lui sapeva che la frase era il risultato di un errore o, per così dire, di una coincidenza involontaria. Fosse come fosse non era suo. Inoltre, non era sicuro che ci fosse un senso. Era la mancanza di chiarezza, in ciò che in quel testo aveva di oscuro, di imprevisto, di ribelle, era quello che gli conferiva una forza – insomma, l’errore.
I critici, quelli, si battevano, ognuno convinto della giustezza della sua interpretazione e tutti tentando di strappare all’autore una parola che in qualche modo gli desse la vittoria. R.R. non si comprometteva. Si rifiutava di commentare la prima frase, e più tardi optò addirittura per mantenere un silenzio assoluto su tutto il libro – perché lo aveva scritto, quale fosse il messaggio, ecc. - queste cose che solitamente si chiedono a uno scrittore.
Il silenzio, come si sa, è per la curiosità come il vento per il fuoco. Quanto più R.R. taceva, più i lettori cercavano nel suo libro le risposte alle domande che avrebbero voluto rivolgergli.
Il romanzo si trasformò poco a poco in qualcos’altro, o meglio, rimase lo stesso, naturalmente, ma i suoi lettori cominciarono a guardarlo in un modo differente. Finì di essere un semplice romanzo per divenire, diciamo, una porta. Nulla di particolarmente straordinario, in fin dei conti ci sono molti libri con la vocazione di divenire porta, o che si considerano capaci di tale vocazione; l’originalità del sesto romanzo di R.R. aveva a che vedere con il fatto che tale trasformazione fosse avvenuta in assenza del suo autore, e che nessuno sapesse esattamente su quale territorio tale porta si aprisse.
Poco a poco, senza che se ne accorgesse, R.R. non fu più visto come scrittore, e cominciò a essere considerato come una specie di oracolo. Un giorno, al risveglio, comprese improvvisamente, con orrore e un’angoscia infinita, che non solo non aveva creato il romanzo – in realtà non ne era mai stato l’autore – ma che era il romanzo a creare lui. Il mattino seguente lo trovarono morto, nello studio, con un colpo in testa. R.R. aveva sempre amato le armi. Le persone a cui piacciono le armi sono solite morire in questo modo. Forse aveva giudicato, nel momento in cui premeva il grilletto, di riuscire in questo modo a sfuggire al destino che il romanzo gli aveva preparato. Non è sicuro.
Possiamo supporre che quello fosse, sin dall’inizio, il finale previsto dal romanzo.
Il libro continuò a vendere ancora per un buon periodo di tempo. La drammatica morte del suo autore, del suo presunto autore, aprì la strada a nuove interpretazioni.
I critici, nel frattempo innalzatisi al livello di sacerdoti, si raggrupparono in fazioni feroci. Ne nasceva una religione, già divisa in differenti sette. E allora, un bel giorno, un ricercatore trovò il manoscritto originale del sesto romanzo di R.R. e la famosa frase iniziale non c’era.