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Roberto Arlt - Il piacere di vagabondare

Un testo inedito di uno dei più grandi scrittori argentini tratto da "Le acqueforti portegne"

mercoledì 7 aprile 2010, di Primo De Vecchis

Chi è Roberto Arlt? Probabilmente il grande sconosciuto (all’estero) della letteratura ispanoamericana. Eppure è uno dei più significativi scrittori argentini del Novecento, accostabile alla grande triade formata da Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e Julio Cortázar.
Roberto Arlt nasce il 26 aprile del 1900 a Buenos Aires da genitori immigrati: il padre è prussiano e la madre italiana, triestina. Trascorre un’infanzia povera e serena, se si escludono le incomprensioni con il padre rude che si acuiranno durante l’adolescenza. In questo periodo legge molto, di tutto e a caso: classici in traduzioni economiche, romanzi d’appendice francesi, manuali tecnico-scientifici, saggi esoterici e occultistici, libelli politici; un calderone assurdo che assieme ad episodi autobiografici trasfigurati diverrà poi materia della sua scrittura, secondo una poetica della contaminazione tra alto e basso, poetica del pastiche, del collage di elementi eterogenei, della parodia grottesca, che non verrà affatto compresa dai suoi contemporanei (occorrerà attendere gli anni Sessanta e Settanta per una riscoperta dell’autore).
È noto per i suoi romanzi, intrisi d’un realismo grottesco che talora inclina al fantastico (ma non si tratta di “realismo magico”): Il giocattolo rabbioso (1926), I sette pazzi (1929), I lanciafiamme (1931) e L’amore stregone (1932). Di notevole importanza è anche la sua produzione di racconti: Il gobbetto (1933) e L’allevatore di gorilla (1941). Da non dimenticare sono le incursioni nel teatro con i seguenti testi: 300 milioni (1932), Saverio, il crudele (1936), Il fabbricante di fantasmi (1936), L’isola deserta (1938), La festa del ferro (1940) e Il deserto entra nella città (1942).
Dal 1928 al 1942 collabora con il giornale «El Mundo» pubblicando quotidianamente Le Acqueforti Portegne (una cui prima scelta esce in volume nel 1933). Le Acqueforti sono un contenitore dove l’autore riversa di tutto: commenti a un fatto di cronaca, risposte alle lettere dei lettori, osservazioni personali, polemiche letterarie, recensioni, stroncature e altro ancora. S’inseriscono nel genere delle note di costume della literatura costumbrista (si possono paragonare alle note di Fray Mocho in «Caras y caretas» o ai pezzi coevi di O’ Henry negli Stati Uniti), tuttavia Arlt rinnova il genere dall’interno e crea una forma nuova e originale. Il congegno di questa forma breve, che non deve coprire più di una pagina di giornale, si mette in moto a partire dall’esercizio quotidiano dello sguardo rivolto alla metropoli. Lo scrittore ha l’assoluta libertà di camminare per strada alla ricerca dei suoi temi, che spesso sono veri e propri microtemi, dettagli minimi resi significativi dalla bravura dell’artista. In tal senso, il testo che pubblichiamo qui nella sua prima traduzione italiana, Il piacere di vagabondare, si può definire esemplare.
Primo De Vecchis

Comincio col dire che credo che per vagabondare occorrano eccezionali doti di sognatore. Già lo disse l’illustre Macedonio Fernández: “Non tutti gli occhi aperti sono svegli”.
Dico questo perché ci sono oziosi, e oziosi. Intendiamoci. Tra il “morto de fame”: dagli stivaletti sbrindellati, pelame zozzo e addome con più grasso che un carretto di macellaio, e il vagabondo ben vestito, sognatore e scettico, c’è più distanza che tra la Terra e la Luna. A meno che quell’altro vagabondo non si chiami Maxim Gorky, o Jack London, o Richepin.
Innanzitutto, per andare a zonzo bisogna essere del tutto scevri da pregiudizi, quindi essere un pochino scettici, scettici come quei cani che hanno lo sguardo affamato e che quando li chiamano scodinzolano, però invece di avvicinarsi, si allontanano, lasciando tra il loro corpo e l’umanità, una dovuta distanza.
È ovvio che la nostra città non è tra le più appropriate per il vagabondaggio sentimentale, però che ci vogliamo fare!
Per un cieco, di quei ciechi che hanno le orecchie e gli occhi ben aperti inutilmente, non c’è nulla da vedere a Buenos Aires, ma tuttavia, che magnifiche, quanto ricche di novità sono le strade della città per un sognatore ironico e un po’ sveglio. Quanti drammi nascosti nelle sinistre case delle circoscrizioni! Quante storie crudeli nei volti di certe donne che passano! Quante canagliate in altre facce! Perché ci sono volti che sono come la mappa dell’inferno umano. Occhi che paiono pozzi. Sguardi che fanno pensare alle piogge di fuoco biblico. Stupidi che sono un poema di imbecillità. Mascalzoni che meriterebbero una statua per la loro arte di arrangiarsi. Rapinatori che meditano i loro imbrogli dietro il vetro sporco, sempre sporco, di una latteria.
Il profeta, di fronte a questo spettacolo, s’indigna. Il sociologo costruisce teorie indigeste. Il mammalucco non vede niente e il vagabondo si rallegra. Intendiamoci. Si rallegra davanti alla diversità dei tipi umani. Su ognuno si può costruire un mondo. Quelli che recano scritto in fronte ciò che pensano, come quelli che sono più stretti dei sampietrini, mostrano il loro piccolo segreto... il segreto che li muove attraverso la vita come fantocci.
A volte l’inatteso è un uomo che medita di uccidersi e che il più gentilmente possibile offre il suo suicidio come uno spettacolo ammirevole e nel quale il prezzo dell’entrata sono il terrore e l’imbarazzo presso il distretto di polizia.
A volte l’inatteso è una signora che si prende a schiaffi con la sua vicina, mentre un mucchio di mocciosi si aggrappa alle gonne delle furie e il calzolaio a metà dell’isolato si affaccia alla porta della sua stamberga per non perdersi lo spettacolo.
Gli straordinari incontri della strada. Le cose che si vedono. Le parole che si ascoltano. Le tragedie che si arrivano a conoscere. E d’un tratto la strada, la strada liscia e che sembrava destinata a essere un’arteria del traffico con marciapiedi per gli uomini e selciato per le bestie e i carri, si trasforma in una vetrina, o meglio, in una scena grottesca e spaventosa dove, come nei cartoni di Goya, gli indemoniati, gli impiccati, gli stregati, gli impazziti, danzano la loro sarabanda infernale. Perché, in realtà, chi fu Goya, se non un pittore delle strade di Spagna? Goya, come pittore di tre aristocratici ghiottoni, non interessa. Ma Goya, come animatore della canaglia di Moncloa, delle streghe della Sierra Divieso, dei lazzaroni mostruosi, è un genio. E un genio che fa paura.
E tutto quello lo vide vagabondando per le strade.
La città scompare. Sembra menzogna, ma la città scompare per tramutarsi in un emporio infernale. I negozi, le insegne luminose, le case coi giardinetti, tutte quelle apparenze dilettevoli e graziose per i sensi, svaniscono per lasciar galleggiare nell’aria ingrigita le nervature del dolore universale. E dallo spettatore si allontana l’ansia di viaggiare.
Di più: sono giunto alla conclusione che colui che non trova tutto l’universo chiuso nelle strade della sua città, non troverà una strada originale in alcuna città del mondo. E non la troverà, perché il cieco a Buenos Aires è cieco a Madrid e Calcutta...
Ricordo perfettamente che i testi scolastici dipingono i signori o signorini che gironzolano come futuri scioperati, ma io ho imparato che la scuola più utile per la ragione è la scuola della strada, scuola dura, che lascia nel palato un sapore agrodolce e che insegna tutto quello che i libri non dicono mai. Perché, disgraziatamente, i libri li scrivono i poeti o i cretini.
Nonostante ciò, passerà ancora molto tempo prima che la gente si renda conto dell’utilità di farsi un bagno di folla e di vagabondaggio. Ma il giorno che lo imparerà sarà più saggia, migliore e più indulgente, soprattutto. Sì, indulgente. Perché più d’una volta ho pensato che la magnifica indulgenza che ha reso eterno Gesù, derivava dalla sua continua vita sulla strada. E dalla sua comunione con gli uomini buoni e cattivi e con le donne oneste e anche con quelle che non lo erano.