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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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05 - Scritture

Nel cuore scuro della pietra

giovedì 17 luglio 2003, di Antonio Prete

"E’ il testo che ho scritto per i dieci anni del Site transitoire (1) di Jean-Paul Philippe (2) (interpretato dal musicista Stephan Micus, con musiche per litofoni costruiti per l’occasione dallo scultore e per altri strumenti come un organo a bocca giapponese e un flauto armeno): eravamo nel paesaggio sconfinato e desertico e un po’ metafisico delle crete, al tramonto, tra Siena e Asciano."
Con queste parole Antonio Prete ci ha regalato una pagina luminosa di letteratura con la quale inauguriamo la rubrica di scritture.
Antonio Prete ?® scrittore, filosofo, critico letterario, traduttore, docente universitario di fama internazionale.
Ha tenuto lezioni in troppe universit?† e scritto troppi libri per poterne fare un elenco sintetico (che deleghiamo ai link qui sopra). Sinteticamente, ?® un maestro di pensiero.
(lf)

di Antonio Prete

Oratorio

per il Site transitoire di Jean-Paul Philippe

Raccontano che un suono colpì il vuoto, e fu allora che il punto dell’origine divenne luce e come luce dilagò negli spazi, poi si fece pietra e fuoco, si fece nube e vento.
Raccontano che la pietra ha un’anima, e quest’anima è luce sepolta, silenzio che nel buio sogna le voci del vento.
Raccontano che le forme delle nuvole, con le loro ombre che trascorrono sugli alberi, sulle colline, sui deserti, sono un dizionario di annunci e di presagi, sono un album di pensieri.
Raccontano che in ogni voce, anche in questa mia voce, c’è una particella dell’ombra che corre con la nuvola, e c’è, tra sillaba e sillaba, una particella del silenzio che dorme nella pietra.
Pietra, silenzio, luce, nuvola, ombra, vento: parole fuggitive. Prima di sparire esse vanno a comporre la tela dell’apparenza. C’è, in quella tela, l’estate sventagliata nei campi, c’è il volo degli uccelli che trasmigrano dai deserti verso i ghiacciai. E c’è il corpo lucente della luna. Bellezza navigante sopra l’orrore. Sopra il grido e la ferita.

Clàfsete, mane, clafsete ole,
ce ma pono dinatò,
na sas erti a ttin cardìa,
a tto fiddho pleo chrolò.

Laggiù il rombo dei bombardieri ha disperso il volo delle gru. Le schegge si sono conficcate nel ventre dei desideri.
Lungo l’onda gialla del deserto le case hanno giardini di pietre, e un cielo di fumo. Macerie. Nessun fiore nelle macerie.
Nelle notti i traccianti squarciano il cielo, squarciano la rete dei racconti di Shahrazàd.
Non c’è confine di lingua o di terra per la festa del massacro. Le grida dei bambini che giocano e l’urlo del corpo straziato sono il bianco e nero della stessa immagine.

Corrono intanto le stagioni sopra il dorso dei poggi. Nel vespro gli alberi si appoggiano alla loro ombra, e stormi di cornacchie atterrano tra le stoppie, mentre il riso stridulo della gazza raggiunge il filare di lecci lungo il fosso. La sera, la luna sosta per un poco tra gli ulivi, poi si leva alta sopra le rughe delle crete.

Dopo il tramonto chiese alla sfinge di basalto:
"che cosa unisce il fiore arso del cardo e la stella bianco azzurra che brilla nella galassia di Andromeda?"
E chiese ancora:
"quale relazione corre tra il corpo del bambino saltato in aria su una mina e l’ombra della palma che trema al passaggio del vento?".

* * *

Ora parlo questa lingua che non è la mia, sono dentro questa voce che non è la mia, e come il suono e i pensieri informi di un animale diventano parola nella bocca di un altro vivente, così accade adesso alla mia storia, che ha bisogno di un’altra voce, di un’altra bocca, per essere detta in una lingua non mia, con pensieri non miei, fatta ombra di voci, ombra di pensieri e di sogni. Perché la mia lingua qui è straniera, il nero dei miei occhi e dei miei capelli, il disegno delle labbra qui mi dicono straniera, le mie parole non sono infatti di qui, come il vento esse giungono da lontano, giungono dal villaggio che ho lasciato proprio appena cominciavo a osservare il lampo dei suoi occhi, appena cominciavo a distinguere il suo passo nella folla, tremando nell’ombra per l’ardimento del mio sguardo. Proprio allora venne il tempo della mia partenza, e seguirono notti di terra e di mare, di sole ardente e di pioggia, nella mia partenza erano conficcate tutte le altre partenze, per tutti noi si persero nella notte le scogliere dell’addio, e ci furono altre scogliere anch’esse senza colore, ci furono i nostri passi nei cespugli della macchia: il mio nome era un petalo nel fiore secco degli altri nomi, Anìla, Fatima, Serfiré, Suzana, Shpresa, Lumturi, Qamìla, Feridé, Nazmie, Qerimé, Nurie, ogni nome aveva nelle sillabe la polvere dei desideri appassiti, dentro i pori della nostra pelle c’era ancora l’odore della lontananza, negli occhi le strade di fango, le case vuote di tutto, vuote anche dell’attesa del giorno a venire, nelle viscere di ogni nome c’era la pena di tutti quei nomi che non giunsero a scorgere la prossimità della riva, nella luce dell’alba. Ora so che la mia voce è dentro un’altra voce, so che nei silenzi stanno tutte le voci che neppure io più sento, le voci di quelli che ho lasciato partendo, stanno i suoni del vento nel deserto e le grida dei bambini che si inseguono sopra le pietre. Eppure se il corpo è straniero, i pensieri non sono stranieri, perché straniera non è la pena, e neppure il ricordo è straniero, straniera non è questa mia voce non mia che qui pronuncia parole che appartengono a lei e a me, è per questa comunanza che noi due, ora che la sera è già scesa, possiamo resistere per un po’ al gelo dell’oblio che ogni partenza ha dentro di sé, e che è una spina di ferro, per questa spina l’addio non può fiorire e si porta con sé soltanto pensieri vuoti, vuoti come il cielo di pietra che scende al mattino sul deserto.

Aveva viaggiato a lungo nella sua vita.
"Molti sono i paesi, diceva, ma tutti hanno lo stesso cielo". E aggiungeva: "Molte sono le lingue, ma uno solo è il respiro che forma le vocali".

* * *

Passaggi. Passaggi di ombre sopra la pietra. Ogni ombra è cancellata dalla nuova ombra, ma lascia un’orma, lascia un’impressione, come di un sogno che all’alba presto dilegui: così nel trionfo e nel declino del giorno tutte le orme, tutte le figure d’ombra lasciate sulla pietra dialogano tra sé, si ritrovano nella lontananza dalle stelle, e nella vicinanza alla terra, al suo respiro. Orme che nella notte attendono il primo cenno dell’alba, lo scrutano ad oriente, per fuggirsene poi nell’aria e trasformarsi nel velo che veste la luce, nel pulviscolo di simulacri che trascorre lungo il giorno sopra i torrioni, sopra i tetti e i campanili della città.
Sulla pelle grigia della pietra il tempo si raccoglie come un uccello dalle ali ripiegate nel sonno.
Nel cuore scuro della pietra il tempo dorme, involto nella sua memoria dell’origine, fuoco raggelato, corpo d’astro spento, azzurro imploso nella cenere.

Diceva che i nomi delle pietre sono come il fiore che naviga sulla palude, resto luminoso che nasconde il limo della perdita, cartiglio esposto a coprire la voragine del tempo consumato. Onice, azzurrite, cinabro, lapislazzulo, ambra, basalto, giada, malachite, acquamarina, rosa del deserto, quarzo, paesina, ossidiana, travertino, topazio: nei nomi delle pietre, diceva, giacciono innumerevoli sequenze di morte stagioni, tempeste di vento ammansite dal colore.
Diceva anche che nel passaggio dal tempo dell’origine al tempo della storia le pietre hanno preso su di sé, nel buio del loro respiro, il compito di custodire il silenzio.
" Per quale epoca?" gli chiedevano.
" Per l’epoca", rispondeva, "in cui le voci degli uomini perderanno il legame con la musica, e la lingua non conoscerà più il ritmo".

Nell’aria c’era già una striscia bianca di luce quando egli giunse in vista delle prime case. Spossato dal lungo cammino avrebbe cercato riposo nel paese. Ma via via che sui muri il biancore della calce si illuminava con la prima luce, le porte e le finestre perdevano i loro colori e i loro contorni, svanivano nel giorno che invadeva ogni cosa, gli edifici stessi e le strade svanivano. Il paese svaniva. In effetti, stava attraversando un miraggio. Così bevve ad una fontana che non era una fontana. Si sedette al fresco ombroso di una parete che non era una parete. Poi riprese il cammino. Sentiva le membra riposate. Sentiva il beneficio del miraggio.

* Piangete mamme, piangete tutti,
_ e con dolore forte,
_ che vi venga dal cuore,
_ dalla foglia più verde.


(1) Il Site transitoire di Asciano (dal sito di irre toscana)
Inaugurata nel 1993 a Leonina presso il Comune di Asciano (Siena), quest’opera dello scultore Jean Paul Philippe si presenta come un complesso monumentale totalmente isolato nel contesto naturalistico delle crete senesi. Per l’artista è stato, infatti, fondamentale instaurare anche in questa, come in altre occasioni, un forte legame tra la materia ed il luogo da cui essa è scaturita. I sette elementi componenti l’opera sono così stati realizzati in basalto etrusco, una pietra che si estrae proprio in questa zona, dove Philippe ha la sua casa-studio. I toni rosati della scultura, che mutano gradazione al sole e alle diverse stagioni, spingono i visitatori ad un incontro intimo con l’opera. Sedia, sarcofago, finestra (alcune delle "tracce transitorie" dell’umanità), impongono un percorso all’interno del quale si può e si deve passeggiare, in una dinamica che stimola il tatto e la percezione visiva attraverso molteplici traiettorie. Esse trovano il loro annuale culmine il 21 di giugno, quando, con il solstizio estivo, la luce del sole cade perpendicolare all’apertura della finestra. Ma è, tuttavia, per una precisa volontà dell’autore e mediante attentissimi studi preparatori, che, anche in tutti gli altri giorni dell’anno, si sviluppano dei suggestivi dialoghi fra l’opera ed il paesaggio circostante, fra le luci e le ombre, fra le stagioni ed i colori che le caratterizzano, creando una scenografia totemica, adatta a le letture e spettacoli che, a volte, si tengono in estate sullo sfondo del Site Transitoire.

(2) Le opere monumentali destinate a spazi pubblici dello scultore Jean-Paul Philippe (francese di nascita ma adottato dalle terre toscane):
1993 : Site transitoire - Crete Senese - Sienne, Italie.
1995 : L’Oscillante, Mémoires et Nombres - INSEE - Lille.
2001 : Marelles, Mémoires et Miroirs - Il Cairo.
2002 : La Lune embarque - Woluwe Saint-Pierre - Bruxelles
2003 : Aleph, Alpha, A - Place de l’Université, Rennes (in corso di realizzazione)

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