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04 - Approfondimenti

Matthew Pearl - Il Circolo Dante

Cinque glosse cazzare - con una quinta e mezzo che sbraca completamente

sabato 8 novembre 2003, di Giulio Braccini

Attenzione: qui di seguito si parla attorno a Il Circolo Dante (The Dante Club) di Matthew Pearl, Rizzoli 2003, traduzione di Roberta Zuppet.

di Giulio Braccini

I.
Tradurre la frase "le parole possono uccidere" in letteratura di genere è facilissimo. Si prenda un autore nella cui opera sia descritta una serie di atti truculenti e si trasferisca questi ultimi in una ulteriore realtà fittizia, attribuendoli di preferenza a un serial killer. Il ruolo del detective può essere ricoperto dal protagonista di una serie - e si avrà un numero qualsiasi di Dylan Dog (che ovviamente passo le mie settimane a leggere, alternandolo, ma spesso preferendolo, alla Bibbia e a Omero) - oppure da un gruppo di giocatori di ruolo - e si avrà una bella avventura (genere Richiamo di Chtulu) - oppure ancora da un personaggio storico - ed ecco il Circolo Dante.
Una finezza in più può essere la manierata dimostrazione che la vita imita l’arte, tramite l’inserimento di un articolo di giornale (rigorosamente successivo alla prima edizione del tomo) in cui si scopre che uno degli omicidi riproposti dall’autore è stato messo in atto nella nostra non fittizia (non troppo, almeno) realtà; nel caso, che un tale di qualche stato americano è stato effettivamente divorato vivo dalla mosche carnarie che nel Circolo perseguitano l’ignavo di turno - con tanto di rituale domanda: Trattasi di Ponzio Pilato o Celestino V? Importanti i risvolti per le indagini. E se invece si trattasse del giovane che in Matteo 19:22 rifiuta l’offerta della vita eterna? Importanti i risvolti per un’antibellica morale: Dante fu soldato nelle nostre guerre civili, inseguendo un "insignificante vessillo guelfo", che è quasi come dire che è un ignavo chi segue un qualsiasi vessillo militare, non solo chi segue quello bianco degli ignavi propriamente puniti di Inf. III.

II.
Fa sempre una certa impressione (e qua ci si chiede se sia salutare) leggere paragrafi del tipo: Dante Alighieri, poeta italiano del XIII-XIV secolo autore di una Divina Commedia. Ci si ricorda che non tutti hanno la fortuna di (non avere i genitori comunisti e di) essere fiorentini (nel qual caso, quantomeno, mai lo si sarebbe detto "italiano") e ci si sovviene delle pagine di Borges sul Nostro, quelle in cui l’argentino ci sbatte in faccia la novennità e la quotidianità di Beatrice e delle strade in cui l’Altissimo la incontrò e in cui ad Altrui piacque rapirla a sé senza che prima l’avesse data a Dante (la pallina rossa, ovviamente - "il segreto della pallina rossa è… il segreto dlla pallina rossa è… il segreto della pallina rossa è aaaarg…" e muore). Mi pare fosse di Panzini il precetto: Ricordati che anche Beatrice andava a cacare (se ne ritrova una versione minore nella Bella Estate di Pavese, in cui il proletario protagonista si sforza di pensarlo dell’amata béne) e io figuriamoci se me ne scordo, ce l’ho presente ogni giorno sulla tazza quando, più bloomiano di Bloom, mi netto con una pagina della Commedia (magari con una di quelle su Taide, così la metacomica si chiude su se stessa). Mentre Beatrice è Cristo (Singleton insegna) non solo per via dell’affastellamento allegorico degli ultimi del Purgatorio ma soprattutto perché si è tenuta per sé la pallina rossa, proprio perché non ha mai visto un cesso in vita sua. Che fissazioni, Sigmund; che sia tutta colpa tua? Nabokov, che non a caso ti odiava, sostiene, a proposito dell’Ulysses, che non è affatto normale avere la quantità di pensieri fisiologici dei personaggi di Joyce. Ed è almeno normale, vien da seriamente rispondergli, tenere sempre presente la realtà fisiologica in senso più ampio, cioè la realtà banale, tipo la novennità o il proprio effettivo dare un due di picche a un poetino venticinquenne per le strade di una città medievale con gli scoli per il piscio ai due lati della carreggiata?

III.
Boston, 1865. Longfellow (poeta statunitense del XIX secolo autore fra l’altro di una traduzione della Commedia) riunisce attorno al suo idillico focolare alcuni amici intellettuali (fra cui i poeti Lowell e Holmes, quest’ultimo pendant dell’Adso del Nome della Rosa) per offrire alle celebrazioni del sesto centenario della nascita di Dante la sua prima traduzione americana. L’ambiente letterario dell’epoca osteggia il progetto di importare negli ancora puritani e perlopiù monoetnici States uno sconcio papista italiano. Sullo sfondo (interessantissimo) il paese appena uscito dalla guerra civile, con le strade piene di reduci mutilati e traumatizzati. Sul proscenio, i delitti danteschi. Ad aiutare i nostri eroi, il primo poliziotto mulatto (quasi negro, insomma) della storia. Per dirne un paio di più dettagliate: i soliti sospetti pescati nella prima retata si coprono la faccia con le mani modello terzo canto dell’Inferno, uno di loro (con "una scacchiera di denti guasti") si butta da una finestra lanciandosi "a una tale velocità che, in quel momento della sua vita - l’ultimo - non si sarebbe potuto fermare nemmeno volendo" ("li miei compagni fec’io sì aguti/ con questa orazion picciola al cammino/ ch’appena poscia li avrei ritenuti", Inf. XXVI). Le citazioni si sprecano: il focoso Lowell, scoperto un traditore nel gruppo, non esiterà a gettarlo nel fiume ghiacciato, come fosse il Cocito, senz’accorgersi che così facendo fa il "gioco" dell’assassino. Eccetera.

IV.
Torniamo a casa nostra con un altro paragrafo. Abbiamo detto dell’insignificante vessillo guelfo. Ma le scelte di Dante sono sempre sub signo aeternitatis. Dante è Dio. Questo è autoevidente. Dante, fra l’altro, osa rivolgersi a quell’Altrui che puote quel che gli piace, e gli si rivolge apostrofandolo come sommo Giove. Se la metafisica della cultura ha un senso, è Dante quel Giove. Ora: l’altro giove, quello che venerdì era morto e domenica a cena col Babbo e col ladrone a una famosa mensa, è stato ucciso (ah vulgata!) da un popolo ben specifico; "deicidio", mica pinzillacchere. E il nostro metafisicamente culturale Giove? Ammazzato no, ma esiliato, si sa, sì - e la bomba biologica immunodepressiva di un esilio la vogliamo sottovalutare? Nel Circolo, a un certo punto, c’è un dantista italiano (uno dei trecento nostri compatrioti allora presenti a Boston) che critica la cricca di Longfellow: Ci volete rubare anche Dante! E i sodali: A noi risulta che siate voi che l’avete esiliato! Ecco, signori, oggi quelli di noi che non possono vantare neanche una lontana ascendenza ebraica lo sappiano: siamo un popolo di "danticidi", che non è pinzillacchere neanche questo. Su un piano simile Dante cantava Beatrice e intanto era sposato con la Gemma Donati; e nel Circolo si insinua che tal Gemma potesse essere colei che nella Vita Nova lo consola dai metafisici rifiuti della Bea; il che mi fa sollevar le ciglia, ma mi dà anche un appiglio per appaiar ’sto Giove al mio solito Tristano, che alla sua legittima Isotta dalle bianche mani non dette mai il giusto trono (preferiva quella smorfiosa di Isotta tout court) e mal gliene incolse. Mogli misticamente o miticamente tradite, vessilli antischiavisti o antimperiali o semplicemente bianchi (ed era proprio così) mentre quelli degli altri sono neri, città di provincia (o bordelli) in cui persino le nostre beatrici, pensa un po’, hanno avuto nove anni - e nove minuti al giorno per andar di corpo oltre che di spirito. Tutto sub signo aeternitatis - please.

V.
Torniamo al primo paragrafo. Abbiamo accenato al genere, che è una roba abbastanza sub signo contingentiate. La stramaggior parte dei numeri di Martin Misture si basa su questo meccanismo: la storia raccontata nel tal libro non è fiction, ma realtà bella e buona. Praticamente lo stesso principio della religione. Nel Circolo, Holmes, ex calvinista integralista convertitosi a più miti fedi, a un certo punto si augura la nascita di una "teonomia" che sia distante dalla teologia quanto l’astronomia lo è dall’astrologia. È lo stesso meccanismo con cui Konrad Lorenz (in L’altra faccia dello specchio) battezzava la nascita di una teleonomia (la natura "tende" alla sopravvivenza del più adatto) che fosse distante dalla teleologia (la "perfettibilità", il finalismo ecc.) quanto quella storia degli astri. Sulla finestra appannata della stanza in cui gli appartenenti al Circolo sono riuntiti a tradurre un canto dantesco - compare l’inquietante scritta: La mia traduzione. Traduzione delle parole in atto, della letteratura in religione, dell’inchiostro in sangue?
Il libro di cui stiamo rapsodicamente parlando (senza troppo rivelare, perché plot, sfondo e citazionismi vari sono godibili e con qualche corto circuito d’eccezione) è scritto così cosà, è debolissimo nelle scene d’azione, ma soprattutto affronta il problema senza far troppo capolino fuori dal genere. La morale è affidata al bonario Longfellow: Dante è innocente, l’assassino avrebbe trovato comunque qualche altra scusa per ammazzare. "Come psicologo - dice Van nell’Adaoardore di Nabokov - conosco la falsità di simili elucubrazioni sulla morte di Ofelia", la quale avrebbe potuto campare cent’anni, solo che l’oscuro principe l’avesse degnata di qualche coccola in più o di qualche babbo morto in meno. Cos’ha a che fare Goethe col fatto che la gente cominciò a suicidarsi sul modello di Werther? E mettiamo che io scriva un romanzo di (altro) genere dove ci sia uno che si suicida (tipo religione, tipo estetizzazione da sia pur piccolo stile) sul modello di Werther (nella prefazione, ovviamente, un articolo di giornale dove si dimostra che questo è successo, e proprio nei giorni della prima edizione) - potrei mai sputtanare tutto ciò dicendo che il tale si sarebbe ammazzato lo stesso, Goethe o non Goethe? Se Dante è innocuo, persino ignavo nella sua incapacità di incidere sul reale, se è un Giove che non fulmina e un Geova che lascia intatte Sodoma, Gomorra, Boston e Firenze - che ce ne facciamo?

[V.bistrisplus C’è chi, tipo Giuseppe Genna, sta portando avanti (non da oggi) un discorso sul genere, e magari ultimamente dice che ’sta roba sta morendo - e nel frattempo esplora il microgenere blog, prima fingendosi una neonota scrittrice erotica, poi scrivendo pubblicamente alla donna che non ha, quindi dando per morto suo pàdre - figuriamoci il genere (Kill Bill è la morte del genere? O, come sostengono in diversi, nella sua assenza quasi totale di trama e di dialoghi - nemmeno tarantiniani - ha un ché di "banalmente" joyciano per il pluristilismo gratuito e dispensato a piene mani?). A me pare che se non di generi, di parageneri letterari (dirò il mio più caro: il gioco di ruolo) tutti da sfruttare per le belle lettere ce ne siano a bizzeffe. A quando una mitopoiesi (o critica/"quella roba lì", ma nella realtà meno fittizia che ci sia, quindi magari stiamoci attenti, e se proprio non siamo certi di essere Zarathustra inutile mettersi a farne le scimmie pop) più o meno epica? Fra una pigrizia politicamente scorretta e un’altra fisiologicamente inappuntabile mi chiedo: ce la faranno le esauste parole a uccidere perlomeno un qualche genere da esse stesse creato?]

Messaggi

  • Ricapito sul tuo pezzo dopo mesi e con qualche dato in più sul libro di Pearl; continuo a non capirci quasi nulla e ad essere trasportato dal vento zigzagante della tua follia devastatrice, vento in cui ogni direzione è possibile e lecita. Mi accorgo adesso che nell’articolo c’è scritto Martin Misture. Errore mio nell’impaginare? L’atroce ignoranza dell’autocorrettore di Word? O ulteriore tuo pun, paranomasia tra paranomasie? W il Braccini alonato e imprendibile!

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