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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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11 - Che il gallo canti pure. Ritratti

Sinjavskij - Dissidentia est etica

domenica 21 dicembre 2003, di Francesca Vaschetti

Con la figura di Sinjavskij inauguriamo la rubrica Che il gallo canti pure, galleria di ritratti e studi critici su alcuni intellettuali esemplari.
Esemplari nell’eterodossia, nell’eresia, nella fusione di mente e corpo nel coraggio. Una galleria che ?® un modo di recuperare alcune delle forme del coinvolgimento con l’azione a cui la donna e l’uomo di pensiero sono chiamati, con un grado di intensit?† variabile e calibrato sull’epoca e l’indole, ma sempre con la pesante lievit?† data dalla consapevolezza che la cultura non ?® estranea al potere. Per azione si intende, con nettezza, l’esercizio della critica. Per critica si intende, con maggiore nebulosit?†, il movimento non pigro del pensiero, il non porsi davanti a una forma credendola ’data’, immanente alla propria effettiva applicazione, al diventare atto, che sia esso artistico (l’opera) o politico (la societ?† e il sistema economico). Per esercizio, il dire ’anche per me’ davanti al dolore, al sacrificio, alla felicit?† negata. Dare un senso a quell’anche per me pu?? anche intendersi come la sfida estrema: che quella felicit?† si dia.
Sinjavskij, nel suo periodo francese, riflettendo sul ruolo dell’intellettuale, dovette riflettere su quanto "la stessa parola ’dissidenza’ rischi di perdere il suo senso all’interno della societ?† democratica occidentale. In condizioni di totale libert?† e di assenza di qualsiasi tipo di restrizione in campo artistico [...] c’?® il rischio che gli intellettuali russi, non avendo pi?? nulla contro cui lottare o resistere, perdano la loro indipendenza di pensiero e si trasformino da dissidenti in conformisti". Qualcosa che ricorda da molto vicino le Stalle di Augia nella visionaria espressione datane da Montale in Botta e risposta I (Satura). Lo spaesamento dato dalla difficolt?† di mantenere alto il senso dell’urgenza in una condizione di ’non emergenza’. Sulle Stalle montaliane e sulla folgorante lettura che ne diede Andrea Zanzotto ospiteremo presto un saggio di Luigi Weber.
lorfla

Il nome di Andrej Sinjavskij è quasi sempre ricordato in relazione al processo che lo vide imputato per "attività antisovietiche" nel 1966 insieme al poeta e suo amico Julij Daniel’. L’accusa era quella di "tradimento della patria, doppiezza, agitazione e propaganda antisovietica, diffusione di letteratura antisovietica": i due imputati erano colpevoli di aver pubblicato all’estero le loro opere sotto lo pseudonimo rispettivamente di Abram Terc per Sinjavskij e Nikolaj Aržak per Daniel’.
Le opere di Sinjavskij incriminate di antisovietismo sono il saggio Che cos’è il realismo socialista? (1) , con il quale Sinjavskij, per la prima volta nella storia sovietica, metteva in discussione i tradizionali canoni letterari codificati dal partito, i due racconti lunghi Compagni, entra la corte(2) , quasi una premonizione del processo che avrebbe subito dieci anni dopo, e Lubimov (3) , i sei racconti fantastici raccolti in La gelata (4) , e una breve collezione di aforismi, Pensieri improvvisi (5) ; tutte vennero pubblicate all’estero a partire dal 1959.
Il processo fu epocale: per la prima volta degli imputati in un processo politico si dichiaravano "non colpevoli" e difendevano strenuamente l’idea che la letteratura non dovesse essere oggetto di un giudizio penale e ne rivendicavano la più totale indipendenza dalla politica.

"Viene da chiedersi che cosa siano l’attivismo politico e la propaganda e cosa la letteratura? La posizione dell’accusa è questa: la letteratura è una forma di attivismo politico e di propaganda; la propaganda o è sovietica o è antisovietica; stabilito che non è sovietica, di conseguenza, è antisovietica. Io non sono d’accordo".

Sinjavskij negò fino alla fine il carattere antisovietico delle sue opere sostenendo che in esse era contenuto solamente il suo pensiero di scrittore, la sua posizione artistica e non politica. Questa vicenda segnò inoltre la fine del periodo di relativa distensione cominciato con Chruščëv e inaugurò la nuova politica repressiva dell’era brežneviana:

" Fu il punto più elevato all’interno dell’evoluzione di una coscienza civile, il picco nella fiducia nei confronti del potere, della volontà di bussare ’ai vertici’, di trovare con
loro una lingua comune."
.

Anche le accuse di russofobia e di aver venduto la propria patria "alla propaganda borghese" vennero respinte con fermezza da Sinjavskij; egli cercò invece di sottolineare il suo amore profondo per la Russia testimoniato anche dai suoi interessi per la cultura e le tradizioni popolari dell’antica Rus’ il cui aspetto magico e misterioso egli aveva cercato di trasferire nel suo stile di scrittura, il realismo fantastico.

La copertina del numero 36
di Sintaxys (monografia su
terc/sinjavskij) pubblicato
dopo la sua morte nel 1998.

"Ma nessuno potrà accusarmi di attaccamento all’Occidente e di avversione verso il popolo russo, sono persino stato considerato slavofilo. E in Occidente tale è considerato Abram Terc. Ciò che mi è più caro dell’uomo russo è la sua libertà spirituale e ciò che possiamo chiamare la ’straordinarietà’ del popolo russo".

Sinjavskij aveva inoltre affidato a Hélène Zamoyska le proprie opere da pubblicare all’estero a patto che lei non le consegnasse a case editrici "orientate contro la Russia". Semplicemente, come suggerisce la stessa Zamoyska, in questo processo si scontrarono due nozioni diverse di patriottismo; quella dei giudici, per cui il patriottismo sovietico consisteva "nell’obbedienza incondizionata alle idee e ai gusti dei dirigenti", e quella degli imputati, "più dinamica e che rifiutava di fossilizzarsi all’interno delle convenzioni".
Un altro aspetto dell’accusa che Sinjavskij rifiutò fermamente era la teoria secondo la quale egli fosse direttamente responsabile delle azioni e delle parole dei suoi personaggi, e che le "affermazioni antisovietiche" pronunciate dai protagonisti delle sue opere fossero direttamente riconducibili al loro autore. Sinjavskij invece difese l’idea che in letteratura, intesa come procedimento artistico, l’autore e l’eroe fossero due entità divise e non coincidenti e che quindi il pensiero dei personaggi non poteva essere confuso con quello dell’autore.

"Voi confondete l’eroe con l’autore. Se ci incamminiamo in questa direzione, allora confonderemo anche Gor’kij con Klim Samgin e Saltykov-Ščedrin con Iuduska Golovlev".

"Si inizia a studiare la letteratura partendo da questa distinzione: la parola non è azione, è parola; l’immagine dell’artista è complessa, l’autore non è identico all’eroe. [...] Ma l’accusa respinge ostinatamente quest’idea definendola una panzana, un tentativo di nascondersi, di ingannare."

La distinzione dunque fra le posizioni dell’autore e quelle espresse nell’opera, che sarà uno degli aspetti centrali della mia analisi, fu uno degli elementi di maggior distanza dell’arte di Sinjavskij rispetto ai canoni del realismo socialista per cui invece le posizioni incarnate nell’eroe positivo dovevano non solo coincidere per forza con quelle dell’autore ma erano l’espressione del pensiero unico che dominava l’ideologia sovietica.
Sinjavskij invece rivendica per l’artista la libertà di espressione e riafferma con forza la complessità di una letteratura fatta di procedimenti artistici e che era stata ridotta invece negli ultimi decenni a pura propaganda.
Nonostante lo scalpore suscitato dal caso sia in Unione Sovietica che all’estero (6) , Sinjavskij venne condannato a sette anni di reclusione a regime duro alla fine dei quali scelse, come unica possibilità di continuare a essere uno scrittore, la via dell’emigrazione. Nel 1973, con la moglie Marija Rozanova e il figlio Egor, si trasferì a Parigi dove divenne professore di Letteratura Russa alla Sorbona.
Marija Rozanova suggerisce che il processo a Sinjavskij e Daniel’ fu solo il primo a cui Abram Terc fu sottoposto; ce ne fu un secondo, e non meno violento, all’uscita del libro Passeggiate con Puškin pubblicato a Londra nel 1975. La comunità russa di emigrati si scagliò violentemente contro Sinjavskij accusandolo di aver dissacrato l’immagine del più importante poeta russo e di aver privato il proprio popolo del suo più alto punto di riferimento.
Un terzo processo contro Terc fu inaugurato dall’articolo di Solženicyn I nostri pluralisti (7) , nel quale Sinjavskij veniva accusato di russofobia e di essere un nemico della patria e che diede inizio a una lunga polemica fra i due scrittori dissidenti.
Benché emigrato, Sinjavskij continuò dunque ad essere bersaglio di attacchi a causa della sua lontananza da quelle posizioni nazionaliste che fecero scivolare nello sciovinismo buona parte degli intellettuali della terza ondata. La rottura con parte dell’intelligencija russa fu segnata dalla fine della sua collaborazione con la rivista Kontinent su cui pubblicò fino al 1976; Sinjavskij si trovò quindi nella condizione di non avere un pubblico russo a cui rivolgersi. Così decise, insieme a Marija Rozanova, di fondare una rivista propria in cui poter pubblicare liberamente. Nel 1978 venne pubblicato il primo numero di Syntaxis, rivista di pubblicistica,

Ritratto di Sinjavskij
apparso sul numero 36
di Syntaxis (1998).

critica e polemica. Il titolo scelto fa riferimento alla prima rivista russa pubblicata in samizdat da Aleksandr Ginzburg nel 1959-60 e poi soppressa dagli organi del KGB e di cui Sinjavskij dichiara apertamente la diretta filiazione. Il significato stesso della parola sintassi, legame all’interno della proposizione, sottolinea il ruolo che la rivista si proponeva di assumere; quello di ponte fra la tradizione russa interrotta e il tempo presente.
Pensata inizialmente per dar voce a Sinjavskij e al suo doppio Terc, Syntaxis divenne fin dal primo numero una raccolta di articoli letterari e politici di numerosi scrittori e intellettuali russi. (8)
Proprio su Syntaxis Sinjavskij pubblicò sotto lo pseudonimo di Terc le sue tre opere scritte durante la prigionia: Una voce dal coro (9) nel 1989, Nell’ombra di Gogol’ (10) nel 1981, il romanzo Buona notte (11) nel 1984 e una serie di articoli sulla natura del processo creativo. Pubblicò inoltre sotto il nome di Sinjavskij uno studio su Vasilij Rozanov nel 1982 e due libri sulla cultura russa nel 1988 e (12) nel 1991.
Anche dopo l’emigrazione continuò quindi a scrivere usando entrambi i suoi nomi; analizzando anche solo i titoli della opere pubblicate dopo il 1973 si osserva che Abram Terc è autore delle opere narrative e di due studi critici la cui originalità li rende un genere a sé stante, mentre a Sinjavskij, che fu, prima del processo, ricercatore scientifico dell’Istituto di Letteratura Mondiale e professore all’Università di Mosca, sono affidati gli studi di carattere più accademico.
L’utilizzo di uno pseudonimo, quindi, non fu per Sinjavskij soltanto un modo di aggirare la censura ma una vera e propria scelta autoriale, legata alla sua concezione del ruolo dell’autore all’interno della creazione artistica.

***

L’idea che Sinjavskij aveva della letteratura era dunque in aperto contrasto con l’idea di arte sostenuta dal partito attraverso la codificazione del realismo socialista; egli cercò di mostrare l’assurdità di questo tipo di letteratura fatta solo di eroi positivi che compiono un cammino prestabilito, mai toccati dal dubbio e che vivono esclusivamente per uno scopo assegnatogli da un’autorità a loro completamente estranea; ci fa inoltre notare come questo tipo di personaggio rappresenti una profonda frattura con la letteratura russa del XIX secolo costellata di uomini superflui non necessari a nessuno e inclini all’introspezione e all’autoanalisi, o di personaggi dilaniati dall’incertezza e dal dubbio come quelli della costellazione dostoevskjana. Sinjavskij compie così una forte spinta rinnovatrice nel segno però di una continuità con la tradizione della letteratura russa prerivoluzionaria.
Per sopportare il presente, così poco in accordo con i suoi gusti e i suoi ideali, Sinjavskij "aveva la tendenza a evadere, ma non nel futuro, che appariva immobile, ma nel passato". E il periodo che più lo affascina è quello in cui ci fu la "maggior arditezza estetica", gli Anni ’20.

Il profondo interesse per la letteratura e l’arte popolare rivelano la particolare inclinazione di Sinjavskij a rinnovare la letteratura partendo dal recupero delle tradizioni artistiche precedenti, tanto che la sua arte diventa "non un cammino in avanti, ma sempre all’indietro, verso le origini. Non una creazione del nuovo, ma una ricostruzione del passato".
Aleksandr Genis suggerisce che l’estetica proposta da Sinjavskij possa essere definita estetica del postmodernismo arcaico, nel senso che in essa confluiscono il recupero della tradizione russa prerivoluzionaria, ma anche dell’antica Rus’, e spinte rinnovatrici che lo avvicinano invece a temi e problematiche appunto postmoderne.

"L’essenza del postmodernismo arcaico di Sinjavskij procede per un cammino inverso, attraverso un continuo superamento dell’elemento strutturale dell’arte, alla ricerca di un unico e universale testo (?) che l’autore si sforza di ricordare per fondersi con esso" .

La linea di difesa condotta al processo e il nuovo modello di letteratura che in essa Sinjavskij sostenne sono elementi che si collegano direttamente all’idea che l’autore aveva della stessa dissidenza e di cosa significasse essere dissidente nell’Unione Sovietica post-staliniana.
In un articolo apparso su Syntaxis nel 1985 Sinjavskij definisce la dissidenza "un’esperienza personale" e sottolinea come essa sia stata un fenomeno profondamente eterogeneo al suo interno e come abbia rappresentato per lui in particolare una scelta individuale.
All’interno di questo articolo, Sinjavskij divide la sua esperienza di dissidente in tre periodi distinti; nel primo periodo, che va dai primi anni ’50 fino all’arresto, egli capì di non potersi uniformare come scrittore ai canoni del realismo socialista e decise quindi di intraprendere un cammino alternativo facendo metaforicamente nascere Abram Terc. Fin dall’inizio la sua condizione di dissidente nasce quindi da un esigenza estetica e le sue divergenze col Partito saranno, come sosterrà al processo, di natura stilistica e non politica. La dissidenza per Sinjavskij rappresentò prima di tutto un’esigenza intellettuale e una possibilità di esprimere liberamente la sua arte; l’accento politico è in questo senso secondario e la dissidenza diventa "prima di tutto un compito intellettuale e morale".

"La dissidenza è prima di tutto, a mio avviso, un movimento intellettuale, lo sviluppo di un
pensiero indipendente e ardito. Allo stesso tempo queste esigenze intellettuali o spirituali sono legate a un sentimento di responsabilità morale che appartiene all’uomo e che lo obbliga a pensare, parlare e scrivere in modo indipendente, senza attenersi alle norme e ai suggerimenti dello stato" .

La scelta che egli compì di scrivere sotto pseudonimo e di far pubblicare le opere firmate da Terc all’estero ha dunque origine dalla necessità di essere autenticamente scrittore e di potersi esprimere in quanto tale, sfuggendo ai divieti e alla censura sovietica; Sinjavskij tiene a sottolineare come la sua fu una decisione che nulla aveva a che fare con la politica, ma riguardava solo le sue esigenze di artista, e che spedire all’estero i suoi manoscritti rappresentava "l’opportunità di conservare intatto il testo, non un’azione politica o una forma di protesta" .
Dopo l’arresto iniziò il secondo periodo della sua dissidenza che coincise con il processo e la detenzione nel gulag; durante questo periodo Sinjavskij continuò a dedicarsi alla scrittura restando fedele all’idea di letteratura che aveva difeso durante il processo.
Con l’emigrazione iniziò invece quello che lui stesso definisce terzo e ultimo periodo di dissidenza; Sinjavskij osserva prima di tutto come la stessa parola ’dissidenza’ rischi di perdere il suo senso all’interno della società democratica occidentale. In condizioni di totale libertà e di assenza di qualsiasi tipo di restrizione in campo artistico, prosegue Sinjavskij, c’è il rischio che gli intellettuali russi, non avendo più nulla contro cui lottare o resistere, perdano la loro indipendenza di pensiero e si trasformino da dissidenti in conformisti. Dietro queste parole si nasconde la critica dell’autore all’ala autoritario-nazionalistica del movimento dissidente che si contrapponeva a quella liberal-democratica e che "aveva trasformato il dispotismo sovietico in un dispotismo di tipo diverso, sotto la bandiera di un nazionalismo religioso" facendo del pensiero unico il suo più forte caposaldo. Il nome di Aleksandr Solženicyn non è citato direttamente nell’articolo, ma è più che evidente che il bersaglio primo di questo suo attacco è proprio lo scrittore russo che divenne l’elemento trascinante dell’ala nazionalista e che, in quanto sostenitore di un’idea di dissidenza politico-morale, si contrappone diametralmente alla concezione estetica della dissidenza stessa che aveva Sinjavskij; Solženicyn tentava di imporre a tutto il movimento dissidente un’unica via e un unico atteggiamento nei confronti sia della realtà sovietica che delle democrazie occidentali, in questo senso non differenziandosi poi molto dallo stesso regime sovietico.
Ciò che invece rappresentava il punto più importante, l’elemento fondamentale per Sinjavskij era l’eterodossia, la divergenza di opinione, la capacità che ogni intellettuale deve avere di guardare alla realtà con uno sguardo mobile, indipendente, libero da ogni tipo di condizionamento esterno e che diventa lo scopo primo dell’artista, indipendentemente dalla condizione politica sotto cui vive ed opera.
Alla fine del suo articolo Sinjavskij riafferma con forza che la dissidenza rappresenta per lui una condizione esistenziale, un approccio nei confronti della realtà che diventa anche la caratteristica prima e fondamentale dell’artista.

"In emigrazione iniziai a capire di essere non solo un nemico del potere sovietico, ma un nemico in generale. Un nemico in quanto tale. In senso metafisico, da sempre. Non per il fatto che inizialmente fossi amico di qualcuno di cui poi divenni nemico. Io non sono amico di nessuno, ma soltanto un nemico...".

Con questa affermazione provocatoria Sinjavskij esprime la sua idea di scrittore e del ruolo che gli spetta all’interno della società; da queste sue riflessioni sulla dissidenza appare chiaro che egli cercò per tutta la vita di difendere l’indipendenza dell’artista nei confronti del potere politico, ponendo l’arte su un livello totalmente diverso rispetto alla realtà, ma anche di qualsiasi norma o codice che puntasse in qualche modo a limitare o codificare i modi e le manifestazioni dell’arte stessa.

***

In questo senso Andrej Sinjavskij individuò nell’arte la massima espressione di libertà, la condizione in cui l’uomo può esprimere se stesso nella maniera più autentica.



Note

1 - Trad. it a cura di Cesare Zampilli: A. Terz, Che cos’è il realismo socialista?, Roma 1966.
2 - Trad. it. a cura di Anjuta Maver Lo Gatto: A. Terz, Compagni, entra la Corte, Milano 1960.
3 - Trad. it. a cura di Elena Schanzer: A. Terz, Lubimov, Milano 1965.
4 - Trad. it. a cura di Maria Osoufieva: A. Terz., La Gelata, Milano 1962.
5 - Trad. it. a cura di Alberto Pescetto: Terz, A., Pensieri improvvisi, Milano 1978.
6 - Nei giorni successivi all’arresto di Sinjavskij e Daniel’ giunsero in Urss numerosi telegrammi di protesta da parte di intellettuali e organi politici di molti paesi occidentali e fu organizzata, il 5 dicembre 1965, una manifestazione di protesta in Piazza Puškin a Mosca.
7 - Pubblicato sulla rivista russa d’emigrazione Вестник РХД nel 1983.
8 - La rivista è tuttora redatta e pubblicata a Parigi da Marija Rozanova. Tutte le notizie sulla genesi e sulla redazione di Syntaxis mi sono state date dalla stessa Marija Rozanova in un intervista rilasciatami il 1° febbraio 2002 nella sua casa di Fontanay-aux- Roses, vicino a Parigi.
9 - Trad. it. a cura di Riccardo Gluckner, Terz, Una voce dal coro, Milano 1975.
10 - Trad. it. a cura di Sergio Rapetti: Terc., Nell’ombra di Gogol’, Milano 1980.
11 - Trad. it a cura di Sergio Rapetti, Sinjavskij, A. (Abram Terz), Buona notte!, Milano 1987.
12 - Trad. it. a cura di Sergio Rapetti: Sinjavskij., Ivan lo scemo: paganesimo e religione del popolo russo, Napoli 1993.

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