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Andrea Zanzotto da "Botta e risposta I" al "Galateo in Bosco" (1/2)

domenica 15 febbraio 2004, di Luigi Weber

"Il grande mito di Ercole che ripulisce le stalle di Augìa deviando il corso del fiume Alfeo, riscritto in veste allegorica in Botta e risposta I, riprende [...] in maniera abbastanza evidente l’ideale concentrazionario che aveva informato di sé Il sogno del prigioniero (anche per la ripresa dell’acre metafora culinaria), ma lo piega a significare una Weltanschauung di ben piu’ turpe negatività, se non altro perché alla tragedia storica del lager, all’orrore di uno sterminio insensato, si sostituisce la farsa, il grottesco, l’immersione nello sterco che assume connotati quasi metafisici, da castigo dantesco."

in te rantolo e fimo si fanno umani studi
(Un libro di Ecloghe)

Che Zanzotto sia, almeno in alcuni aspetti della sua opera, un poeta ctonio, un «difficile e pur tanto affabile poeta ctonio» - come lo definì Gianfranco Contini, introducendo il Galateo in Bosco (1) - pare innegabile, sebbene per altri versi egli si proponga come autore "paradisiaco" quant’altri mai (2) . E tuttavia, vien da chiedersi, in regime di stretta modernità quale quello in cui si vive, aboliti l’Erebo e gl’Inferi, respinte le Madri e l’Inconscio in una dimensione tutta interiore, che cosa davvero può trovare, sottoterra, un poeta, qualora ci si avventuri? Sassi e radici, fossili magari, ma più probabilmente ci troverà delle fogne.
Ebbene, sarà forse un caso, ma fin dalla prima riga della sua prefazione al Galateo, che è opera nata integralmente "nel bosco", in un perdersi nella selva montelliana tutto rasoterra, proprio da cercatore di funghi, Contini si richiama al più accanito e feroce decantatore di fogne che il nostro Novecento poetico abbia prodotto, Eugenio Montale. E che Contini convochi Montale, all’inizio del suo scritto, solo per farsi dare il la, e fargli dire fra le righe nient’altro che Zanzotto è il miglior poeta della generazione successiva alla sua, conta poco o nulla, mentre può risultare assai più interessante l’indagine del clic associativo, consapevole o meno, che spinge il critico ad aggirare per una volta la dichiaratissima successione Leopardi-Hölderlin-Lorca-Eluard, e a prender invece le mosse dall’autore degli Ossi. Perché in effetti un legame preciso (verrebbe da dire sotterraneo), sebbene né Montale né Contini lo mettano in luce, esiste, e permette di inscrivere il poeta genovese a tutti gli effetti tra gli auctores fondamentali nella storia del più giovane collega, per quanto il rapporto non si configuri affatto come una semplice filiazione diretta (3) .
E’ allora con non lieve rammarico che si scopre, sfogliando l’edizione delle poesie e delle prose scelte di Andrea Zanzotto, approntata per i Meridiani da Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta, come i curatori abbiano deciso di non convocare, sull’arca mondadoriana della consacrazione letteraria ultima, il prezioso gruppo di saggi che Zanzotto dedicò a Montale, e che per fortuna si possono leggere, ordinati cronologicamente, nelle prime pagine di Fantasie di Avvicinamento. Si tratta di cinque frammenti critici, distesi su un arco quasi trentennale ma attraversati da una chiave di lettura unitaria, che si delinea in buona parte già dal primo, precocissimo pannello, L’inno nel fango (4) : la proficua parzialità di detta chiave li rende particolarmente suggestivi, in egual misura se fatti reagire per un verso con gli sviluppi posteriori della poesia montaliana, singolarmente concordi con quanto preconizzato da Zanzotto, e per un altro verso con il farsi dell’opera di Zanzotto medesimo, anch’essa, se pur in maniera opposta, portatrice di sintomatiche deformazioni.
Se è vero, come scrive Eliot nelle pagine famose di The Sacred Wood, che

un artista - ogni artista entro i suoi limiti particolari - frequentissimamente dà affidamento come critico: la sua critica sarà veramente critica, e non soddisfazione di quella repressa volontà creativa, che, nella maggioranza delle altre persone, fatalmente è disposta ad immischiarsi nella critica (5)

è altrettanto vero che questa proposizione è passibile di un agevole rovesciamento, e che la critica dei poeti spesso patisce una deformazione imposta dall’esservi connaturata quella medesima volontà creativa in prima persona, la quale, per il fatto di non essere repressa, non cessa di avere un peso specifico nel farsi del processo giudicante. Così, leggendo i saggi di Zanzotto - che per primo riconosce di non porsi di fronte all’esercizio critico nei modi un lettore ’di professione’, ma piuttosto in modalità discontinue, per illuminazioni e tangenze occasionali, talvolta coinvolgendo anche l’aneddotica privata nel crogiuolo di una scrittura densa, irta e umorale, assai poco esplicativa (6) - sarà utile non reprimere quella sorta di strabismo percettivo che s’impone, e condursi alla maniera di uno psicanalista, che ascolta il racconto del paziente ma lo osserva in trasparenza, come un palinsesto o una filigrana, e vede al di là di esso, raccogliendo indizi tematici e spie lessicali da ricomporre in un quadro diversificato. Pratica che risulta di estrema utilità in ogni caso, ma che consente maggiori risultati qualora l’inchiesta del poeta su un altro poeta finisca per configurarsi - e già accadeva non di rado nello stesso Montale - in una non sempre consapevole auto-inchiesta.
Partiamo dall’inizio, vale a dire dal saggio L’inno nel fango, che contiene già in nuce, epitomati nel titolo, tutti i futuri sviluppi: la consapevolezza che il sogno giovanile espresso in Riviere, "cangiare in inno l’elegia", non aveva semplicemente fallito, bensì era divenuto realtà nel modo peggiore, cioè sprofondato nella suprema degradazione, in quel fango che ancora negli Ossi è - dannunzianamente - "belletta" (Non recidere, forbice, quel volto), ma ben presto si risolverà in "tenace ganga" (Eastbourne), per declinarsi poi in una amplissima raggiera di sinonimi di un’unica, maleodorante, sostanza, il "mare infinito di creta e di mondiglia" (Proda di Versilia), "l’atroce morsura di nafta e sterco" (L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili), e soprattutto la "nuova palta", immagine dominante di Botta e risposta I, nonché centro gravitazionale dell’intero discorso critico di Zanzotto.
Con una particolarità, però: quando Zanzotto scrive L’inno nel fango, da un lato Botta e risposta I è nove anni di là da venire (7) e dall’altro la sua poesia, allora ferma sulla soglia di Elegia e altri versi, è ancora severamente delimitata entro un cerchio di enti cristallizzati e rarefatti, su cui spicca l’ossessiva presenza della neve. Insomma, se il vocabolario del primo Zanzotto è composto di sole fonti libresche, e il prodotto della sua attività poetica è la creazione in vitro di un oggetto di spessore esclusivamente verbale (Agosti), il particolare tipo di "monolinguismo" che ne deriva non comprende in ogni caso nessun tipo di impurità. Per dirla con Contini, è un petrarchismo al quadrato.
Nell’opera d’esordio di Montale egli trova, allora, come la prefigurazione di un elemento latente tanto negli Ossi quanto nella propria poesia:

in un mondo senza dèi la storia ben difficilmente avrebbe potuto conservare il suo senso umano […] sarebbe stata inevitabilmente portata a coincidere con la storia naturale, a tutto vantaggio di questa. Ricercando le sue origini, la vicenda umana trova quella degli animali mostruosi e della terra, la scienza storica sfuma nella paleontologia e infine nella geologia. […] L’abisso temporale denunciato dalla storia della terra, i miliardi di anni messi al posto dei millenni, così "nostri" e comprensibili, e soprattutto l’importanza schiacciante, scandalosa, che i "residui" venivano a prendere qui sulla terra, tutto questo cosmo di atroci entità sotterranee, magmi e fossili...dovevano contribuire a umiliare l’uomo sino a offenderlo, a togliergli ogni familiarità con il suo ambiente […] La scienza aveva messo in luce i misteri di un paesaggio alienante, denso di pieghe e di strati che parlavano smisuratamente di vita consunta senza essere umana, la scienza aveva preparato il paesaggio ideale della filosofia negativa: la terra appariva "desolata" non in superficie, ma in profondità (8) .

Naturalmente non sfuggirà il fatto che, in questa lettura "paleontologica" di Montale, tanto affascinante quanto poco canonica, manca qualunque accenno al fango di cui sopra. E se certamente il primo Montale è, tra le altre cose, il poeta della vita inaridita, della consunzione e della stasi, della riduzione agli ossi di seppia, nei quali l’organico si specchia attonito nel suo inorganico destino, così come Amleto osserva il teschio di Yorick, è altrettanto vero che nell’evidenziare questa chiave di lettura così unilaterale, Zanzotto finisce per sopprimere totalmente le altre componenti della raccolta. Questo perché il giovane poeta sta dando ascolto, mentre scrive, a una suggestione precisa che gli giunge dalla propria infanzia, e che riaffiora esplicita solo trentacinque anni dopo, in uno scritto intitolato Giacomo Zanella e il suo tempo (9) :

[…] Zanella […] fu uno dei primi poeti che mi vennero presentati, direi da quasi tutto l’ambiente. Sicuramente c’era uno Zanella che circolava […] non come eredità scolastica, ma pre-scolastica, all’interno delle famiglie […] E la poesia ’Sopra una conchiglia fossile’ era diventata quasi un passo obbligato nell’insegnamento delle lettere […] La lacerazione provocata dalla scoperta che anche i tempi sono infinitamente lunghi...è entrata in scena con violenza soltanto intorno alla metà del secolo scorso; e basti pensare alla controversia scoppiata intorno alla scienza della preistoria […] Crolla il tempo biblico-classico, così antropocentrico […] Questo sisma […] egli lo blocca con passione ed eleganza nella ’Conghiglia fossile’, uno dei tentativi più suadenti e degni di nota in cui si cerchi di imbrigliare dentro un sistema di aure esorcizzatrici […] l’indicibilità che sta venendo avanti col suo muso di sfinge".

Inutile sottolineare le più che evidenti affinità tra i due passi, senza nemmeno andare a scomodare l’emersione, (quasi una ammissione) proprio del nome di Montale, poche righe più sotto (10) .
La perplessità che il saggio poteva suscitare ai tempi della sua stesura, vale a dire l’apparente incongruenza tra titolo e contenuto, risulta attenuata per noi lettori odierni, che difficilmente possiamo prescindere dal senno di poi. Ma in realtà è proprio nel titolo che si annida l’intuizione più ricca di conseguenze: perché infatti Zanzotto parla di ’inno nel fango’, se l’immagine dominante degli Ossi è, a suo parere, il fossile, la concrezione minerale, il desiderio di «sentirsi scabro ed essenziale come i ciottoli»? Di fatto, il fango come ’correlativo oggettivo’ è quasi totalmente assente nella prima raccolta di Montale, ed è strano che Zanzotto, quando scrive "il destino dell’uomo è l’interrarsi, il ridursi a sedimento" (11) , debba ricorrere a Eastbourne o alla "tenace ganga" di Notizie dall’Amiata, entrambe ne Le Occasioni, e dimentichi invece un verso sintomatico come "forse anche ai morti è tolto ogni riposo / nelle zolle" (I morti). Una mossa duramente realistica che equipara l’essere dei morti nelle zolle al diventare zolle essi stessi, vale a dire terra, e soprattutto concime. Qui finalmente balugina la vicinanza tra l’uomo montaliano terroso, "di un fango quasi casualmente germinante alla vita" (12) , e quella materia postuma, che al fango somiglia, ma che è piuttosto residuo organico (alla stessa maniera in cui lo erano l’osso di seppia o il fossile): in una parola, lo sterco.
Si tratta, per il momento, di niente più che di una facile analogia, dove la similarità insiste soprattutto sulla natura vischiosa, impeciante, che è un altro tratto caratteristico del primo Montale, cantore di una visione del mondo e della vita imbrigliati e soffocati (si pensi al ricorrere del campo semantico dell’impedimento, che comprende l’intrico di rami o sterpi, il "viluppo di alghe" in Arsenio o nell’Agave sullo scoglio, e la ragnatela (13) ).
Molti anni dopo Zanzotto ritorna sul tema con un’altra pagina eccezionale, fin dal titolo-calembour Sviluppo di una situazione montaliana (Escatologia-scatologia) (14) . Nel frattempo ha già visto la luce Botta e risposta I, programma di tutto il Montale venturo nonché chiave di volta della metafora fecale che attraversa la sua opera, e ora tutto è più facile. Infatti, in prima istanza Zanzotto chiarisce e distingue, ovvero fa ciò che non aveva fatto nel ’53, quando a guidarlo era stata soprattutto una folgorante intuizione. E nota:

[E’] una situazione che per peso proprio si evolve a figure sempre più basse di deiezione, di rigetto. Inizialmente però predominano elementi come la maceria e la breccia […]. Questo tipo di detrito presenta una specie di nettezza originaria connaturata alla pietra, una durezza da monumentum, e talvolta un certo vigore cromatico, conditi di salinità; e il sale è ciò che conserva […]. Tutti gli elementi della deiezione rimagono "puliti" fin che riescano a isolarsi, bruciando uno spessore negativo in cui si trovino immersi, creando uno spazio "risentito" nel quale può prender forma una specie di nobilitas... si fanno avanti, in seguito, altre immagini, i resti, organici e non, divengono più sporchi, più limacciosi […] l’allusione alla lordura mefitica si fa più frequente […]. Il rifiuto, nella destituzione di qualsiasi pretesto a fondare una sua ragione di sussistere, si deturpa, s’imbrutta sempre più, fino a precisarsi come lordura e infine come vero e proprio escremento con l’invenzione delle stalle di Augìa in Satura".

Segue, nel saggio, una disamina attenta di come il motivo venga trattato, delle sue tante ascendenze letterario-filosofiche, e delle facilmente intuibili motivazioni d’ordine sociologico che possono aver motivato, entro un silenzio quasi decennale, una svolta "comica" (in senso dantesco) di tale radicalità. Tuttavia, la conclusione cui il poeta arriva, e cioè che «l’ostinata tensione a un discorso pieno e pienamente strutturato […] autorizza ad affermare che per Montale i giochi non sono ancora fatti e che qualcosa spezza il precipitare di una linea diagrammatica nell’escatologia-scatologia», non è del tutto persuasiva, ma affascina più per quel che tace che per ciò che dice: in primo luogo, che cos’è quel "qualcosa" cui Zanzotto accenna senza nominarlo?
Naturalmente è l’eloquenza, il "declamato" montaliano, la quasi aggressiva rivendicazione di una superstite centralità dell’io, che pur se «incrostato fino ai capelli» nella «olla podrida» (Dormiveglia), resiste nel suo disperato, patetico tentativo di elevarsi al di sopra della generale degradazione soltanto enunciandola. In altri termini, è il persistere della poesia, secondo Zanzotto, a ’spezzare’ la linea escatologia-scatologia.
Peccato però che, di fatto, avvenga quasi il contrario. L’ultimo Montale infatti opera una liquidazione brutale di tutto l’armamentario rettorico e si uniforma, con acre vis polemica, a quel blabla vuoto di senso del mondo moderno con il quale da giornalista aveva imparato quotidianamente a fare i conti. A sopravvivere non è la poesia, bensì un reiterato atto di auto-profanazione che l’ultimo dei poeti laureati compie su se stesso, sulla sua passata produzione di mitologie, giungendo più volte a ripetersi, a parlarsi addosso, a parodiarsi involontariamente.
Da questo momento in poi davvero l’eskhaton in Montale si trasforma in scatologia, in una volontà degradatoria che coinvolge la realtà nel suo complesso e, inevitabilmente, anche la sua rappresentazione artistica. Il Montale che nella sezione VI di Dopo una fuga scrive «la poesia e la fogna, due problemi / mai disgiunti», porta alle estreme conseguenze quel sentimento tipicamente novecentesco, di origine crepuscolare, che Sanguineti ebbe a definire con una formula famosa «la vergogna della poesia» (15) .
Il grande mito di Ercole che ripulisce le stalle di Augìa deviando il corso del fiume Alfeo, riscritto in veste allegorica in Botta e risposta I, riprende infatti in maniera abbastanza evidente l’ideale concentrazionario che aveva informato di sé Il sogno del prigioniero (anche per la ripresa dell’acre metafora culinaria), ma lo piega a significare una Weltanschauung di ben più turpe negatività, se non altro perché alla tragedia storica del lager, all’orrore di uno sterminio insensato, si sostituisce la farsa, il grottesco, l’immersione nello sterco che assume connotati quasi metafisici, da castigo dantesco. E nella minima autobiografia che qui Montale traccia, viene trascinato, sprofondato anch’esso, il suo intero mondo poetico («un ricciolo / di Gerti, un grillo in gabbia, ultima traccia / del transito di Liuba, il microfilm / di un sonetto eufuista scivolato / dalle dita di Clizia addormentata, / un ticchettìo di zoccoli (la serva / zoppa di Monghidoro»). L’emorragia verbale che colpisce l’anziano poeta negli ultimi anni lo spinge a ripercorrere in maniera logorroica, malgrado la concentrazione dell’epigramma, le mille sfumature possibili di un’unica negazione, di natura presumibilmente auto-punitiva. Una negazione che non sa nemmeno più di filosofia, come nel suo giovanile leopardismo, ma giunge a confinare con il delirio e il nonsense, coinvolgendo direttamente la lingua, specie con l’ipostatizzazione di sostantivi astratti, trattati come cosa salda («se è vero che il più contiene il meno / il più potrebbe anche stancarsi, non ne mancano / le avvisaglie» La vita l’infinita).

Fatte le debite distinzioni, qui Montale pare ricalcare, a mezzo secolo di distanza, quello che era stato il percorso umano e artistico di Gozzano, partito da un dannunzianesimo giovanile e approdato alla condanna della «tabe letteraria», con l’assunzione della maschera di «borghese onesto» di Totò Merumeni. Entrambi itinerari significativi, sospesi come si trovano su due cuspidi cruciali della storia italiana: il 1911 dei Colloqui, nel momento della prima vasta industrializzazione del nord, con una piccola e media borghesia cittadina che cerca un’affermazione sociale (e la conseguente ascesa a un ruolo di protagonista anche nelle lettere) al posto dell’antica aristocrazia, pur con un inevitabile complesso di inferiorità, e il 1962 di Botta e risposta I, in pieno boom economico, con il paese lanciato a costruire e vendere automobili, e la lingua dei mass-media che rende di colpo obsoleta ogni forma di espressione letteraria precedente.
A questo punto importa poco compilare l’elenco, interminabile, di tutti gli spurghi, la melma, le chiaviche, il fango, i canali maleodoranti, le latrine, la spazzatura, la «grumaglia stercale» che abitano la poesia tarda di Montale, sempre più caratterizzata in chiave olfattiva e nauseabonda, in confronto all’osservare come questo sia l’approdo, storicamente inevitabile, di una generazione e forse di un intero secolo, per il quale il vecchio poeta dei Limoni potrà comporre un formidabile epitaffio: «Abbiamo / fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo» (Ho sparso di becchime il davanzale, nel Quaderno di quattro anni).
E se è vero, come osserva Zanzotto, che «ogni possibile logos in cui si celasse una sacralità negativa si è incenerito in chiacchiera» (16) , ciò che accomuna i due poeti è il non saper accettare un dato di fatto proprio della modernità, l’estinzione di ogni Logos maiuscolato, come un progresso, o perlomeno come un potenziale progresso. Il discrimine è ancora e sempre la concezione della poesia tout court, e non si tratta affatto di un problema letterario, bensì di una più ampia consapevolezza del ruolo del produttore intellettuale nella società del capitalismo maturo: da questo punto di vista non importa che i due si situino agli estremi opposti, perché la più grave condanna della nostra arretratezza deriva proprio dall’essere rimasti ancorati a un disagio protonovecentesco. Quando Zanzotto afferma «sentire la poesia come scommessa cui non si può fuggire […] sentirla come rischio, ordalia definitiva -e insieme come assenteismo, tempo-perso, inezia - credo sia più connotativo dell’oggi» (17) , sintetizza alla perfezione i due opposti sentimenti su cui si assesta gran parte del secolo, la vergogna della poesia, appunto, di marca crepuscolare, e l’orgoglio della poesia, che segue invece una linea dannunziano-ungarettiana che giunge, non a caso, fino a lui. Purtroppo entrambe sono risposte di natura emotiva (e profondamente irrazionale), a un problema che è, invece, in primo luogo sociologico.
C’è un passo nel quale il tono risentito di Montale si fa particolarmente trasparente, sfiorando la radice autentica della questione: è quando in Satura scrive:
le parole
non sono affatto felici
di esser buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi
e disonore;
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
»
(Le parole).
Non sarà un caso che, da Baudelaire in poi, sempre per i poeti il trauma di doversi "vendere" richiami la figura della prostituta (che Montale, con arcaismo non per questo meno volgare, chiama zambracca), e dopo Benjamin non si può aggiungere nulla. Tranne che, giunta con un secolo di ritardo, una formulazione tanto nuda permette davvero di toccare con mano l’arretratezza di cui sopra. Zanzotto, naturalmente, percepisce il senso di questa rivoluzione nell’atteggiamento di Montale, e lo rivela:

Ciò, oltre che introdurre una dissacrazione della figura di lui e quindi dei temi prima raccolti in aloni mitici, propalandone, squinternandone un’"identità" prima nascosta, viene di fatto a ribadire una continuità con gli elementi depressivo-negativi delle precedenti opere; inoltre, quel che più conta, sembra stabilire una specie di affinità di natura tra il nuovo ambiente di "palta" o di "scolaticcio" e il poeta, come tale. (corsivo dell’autore).

Ma tale ammissione, tale dissacrazione, gli risulta intollerabile, poiché - come sappiamo - egli si colloca sul versante della ’fede’ nella poesia, e tanto più perché Montale è senza dubbio l’autore nodale del Novecento, il primo ad ’attraversare’ compiutamente D’Annunzio ma anche l’ultimo capace di misurarsi con lo stile sublime, in un libro come La Bufera e altro. E allora Zanzotto inverte il segno all’operazione:

Eppure, anche se i pensieri-scorie di Satura si allineano agli oggetti-scorie e ai "fatti triti" degli altri libri completandone e radicalizzandone la figura, ancora una volta si fa strada come in quei libri una forma di grazia e si attestano frequentissimi i punti di emergenza in cui i materiali degradati si caricano di un prestigio che non coincide con la loro natura. (18)

Insomma, la poesia, ancora una volta, ha una funzione salvifica.
[continua…]



Note

1 G. CONTINI, Introduzione a A. ZANZOTTO, Il Galateo in bosco, Milano, Mondadori, 1978, pp. 5-7
2 «Si sa che, forse, il fine ultimo della poesia è il paradiso e che un’esperienza paradisiaca, il "paradisiaco", è il miraggio più o meno confessato di ogni poeta, miraggio dalle più diverse coloriture, ma terribilmente uno nel carattere. Pochi toccarono questo non-luogo dell’esperienza, anche se ogni testo, perfino il più "infernale", ha un qualche rapporto con questo non-luogo». Cfr. A. ZANZOTTO La freccia dei Diari, ora in ID. Fantasie di Avvicinamento, Milano, Mondadori 1991. Affermazione curiosa, assai difficile da sottoscrivere, e in ogni caso non così indiscutibile come l’autore ce la presenta, è tuttavia perfetta per descrivere un’opera come Fosfeni, impostata su un ricorrere quasi ossessivo della tematica ascensionale, un sublime articolato in tutti i paradigmi possibili, da quello linguistico a quello topografico (il Nord, l’elevatezza delle Dolomiti), dal ritorno del tema simbolico del ghiaccio-perfezione all’ineffabile della luce di marca, appunto, dantesco-paradisiaca.
3 Si pensi alla esplicita e sorprendente parodia de La pioggia nel pineto che si legge ne La Beltà (sezione XIII di Profezie o memorie o giornali murali, vv. 19-26: «Piove, per tutti gli dei, piove/ sulle tue -ude, sui tuoi freschi -eri/ sulla favola bella che speri/ sul più sul meno sull’aggregato sul frazionato,/ svegliati appello, ordine, ahi./ Augelli che nel nido di foglie verginalmente/ api che a nube furiosamente,/ ma piove, piove... »), e che anticipa di un appena un anno la montaliana Piove, datata sull’autografo "4-05-69" e comparsa più tardi in Satura.
4 Pubblicato su "La fiera letteraria" del 12 luglio 1953.
5 T.S. ELIOT Il bosco sacro - Saggi di poesia e critica, Milano, Mursia 1971, p. 63.
6 Continua Eliot: «in questioni di grande importanza il critico non può costringere, e non può fare giudizio di meglio e di peggio. Egli deve semplicemente chiarire: il lettore formerà il suo corretto giudizio da sé», cfr. ivi, p. 66.
7 Comparve infatti per la prima volta nel 1962 nell’opuscolo Satura, ’edizione per nozze’, Verona, Officina Bodoni, e poi nell’opera omonima del 1971.
8 A. ZANZOTTO L’inno nel fango, ora in Fantasie di avvicinamento, cit. pp. 16-18.
9 Intervento pronunciato al convegno vicentino su Giacomo Zanella nel 1988, ora in A. ZANZOTTO Fantasie di..., cit. pp. 371-379.
10 Cfr. ivi p. 378: «ecco un insieme di temi che rendono molto vivo Zanella, anche, se vogliamo, "al cinque per cento" o poco più (come Montale volle dire di sé, probabilmente per tutti i contemporanei)». Il richiamo al poeta degli Ossi non ha davvero alcuna necessità, e non si spiega se non nell’implicito, forse inconscio, rimando alla tematica ’fossile’ sviluppata da Zanzotto nel suo antico scritto.
11 A. ZANZOTTO L’inno nel fango, cit. p. 19
12 Ibidem.
13 E’ plausibile l’ipotesi che l’origine di tutta la catena sinonimico-metaforica stia in una precisa memoria del Dante infernale, affiorante in alcune chiare reminiscenze: dal «fitto bulicame del fossato» (Flussi) al «s’ingromma» di Crisalide (ripreso nelle «ali ingrommate» di Sulla colonna più alta, nella Bufera e altro, e de Il Rondone, nel Diario del ’71), fino al tema dei «sargassi umani» di Incontro (doppiato dal «cespo umano» di La farandola dei fanciulli sul greto e dal «bosco umano» di Personae separatae, ne La Bufera e altro). La Liguria del primo Montale si configura, insomma, come una waste land nata dall’incrocio della bolgia dei barattieri - la pece bollente - e della selva dei suicidi. Su questo immaginario crescerà ben presto il ricordo della seconda bolgia, quella degli adulatori tuffati nello sterco. E non va dimenticato che «le ripe grommate d’una muffa […] che con li occhi e col naso facea zuffa» si legge proprio in Inf. XVIII, 106-108.
14 Comparso sul numero XXX di "Letteratura" (gennaio-giugno 1966).
15 E. SANGUINETI Da D’Annunzio a Gozzano, in Tra Liberty e crepuscolarismo, Milano, Mursia 1961, p. 79.
16A. ZANZOTTO Da Botta e risposta I a Satura, (1977), ora in Fantasie di... cit. pp. 35-36.
17 Intervista in G. NOVELLI Zanzotto, Firenze, La Nuova Italia 1979, p. 7.
18 A. ZANZOTTO Da Botta e risposta I a Satura, cit. p. 37.

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NB
Il presente saggio, in forma leggermente diversa, è apparso nel volume AA.VV. Quando l’opera interpella il lettore. Studi e testimonianze offerti a Fausto Curi per i suoi settant’anni, a cura di Piero Pieri e di Giuliana Benvenuti, Bologna, Pendragon 2001.

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