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03 - Traduzioni - Letterature

Peter Bichsel - Un tavolo è un tavolo

martedì 9 marzo 2004, di Paola Del Zoppo

Un’altra traduzione di un racconto di Peter Bichsel, dopo L’inventore, già comparso su SM qualche tempo fa.

Qui si capita sul testo a fronte, in tedesco, di Ein Tisch ist ein Tisch (Suhrkamp, 1995).

Peter Bichsel - nato a Solothurn nel 1935 - ex insegnante, è sicuramente nel novero degli scrittori svizzeri di fama internazionale; si è affermato nel 1964 proprio con una raccolta di libri per bambini. E’ pubblicato in Italia dalla Marcos y Marcos. Nelle scuole di lingua tedesca i suoi testi equivalgono oramai a ciò che nelle nostre è il Marcovaldo di Calvino.

Un tavolo è un tavolo

Voglio raccontare di un uomo vecchio, un uomo che non dice più una parola, ha un viso stanco, troppo stanco per sorridere e troppo stanco per essere arrabbiato. Vive in una piccola città, alla fine della strada o vicino all’incrocio. Quasi non vale la pena di descriverlo, si distingue appena da chiunque altro. Porta un cappello grigio, grigi i pantaloni, una giacca grigia e d’inverno quel lungo cappotto grigio, e ha un collo sottile, la cui pelle è secca e rugosa; i colletti bianchi delle camicie gli stanno troppo larghi.
Ha la sua stanza all’ultimo piano della casa, forse era sposato e aveva dei figli, forse prima viveva in un’altra città. Di certo è stato bambino, ma questo accadeva in un tempo, in cui i bambini erano vestiti come gli adulti. Così li vedi nell’album fotografico della nonna.
Nella sua stanza ci sono due sedie, un tavolo, un tappeto e un armadio. Su un piccolo tavolino c’è la sveglia, e vicino giornali vecchi e l’album fotografico, alla parete sono appese delle foto e un quadro.
Il vecchio faceva una passeggiata al mattino e una passeggiata il pomeriggio, scambiava due parole con il vicino, e la sera sedeva al suo tavolo.
Tutto questo non cambiava mai, anche la domenica era così. E quando l’uomo sedeva al tavolo ascoltava la sveglia ticchettare, la sveglia ticchettare continuamente.
Poi venne un giorno particolare, un giorno in cui splendeva il sole, né troppo caldo, né troppo freddo, in cui si sentivano gli uccellini cinguettare, con gente simpatica, con i bambini che giocavano - e la cosa particolare era, che all’improvviso tutto questo all’uomo piacque.
Sorrise.
"Adesso cambierà tutto", pensò.
Si slacciò l’ultimo bottone della camicia, prese in mano il cappello, accelerò, nel camminare dondolò persino le ginocchia. Era contento. Arrivò alla strada di casa sua, fece un cenno di saluto ai bambini, arrivò davanti alla casa, salì le scale, prese le chiavi dalla tasca e aprì la sua stanza.
Ma nella stanza era tutto uguale, un tavolo, due sedie, un letto. E appena si sedette, sentì di nuovo il ticchettìo, e tutta la gioia sparì, perché nulla era cambiato.
E all’uomo venne una gran rabbia.
Vide allo specchio il suo viso farsi rosso, vide il socchiudersi dei suoi occhi; poi strinse le mani a pugno, le alzò e colpì il tavolo, prima solo un colpo, poi ancora uno, poi iniziò a tempestare il tavolo di colpi, e gridava:
"Deve cambiare, Deve cambiare!"
E non sentiva più la sveglia.
Poi le mani cominciarono a fargli male, la sua voce si abbassò, udì nuovamente il ticchettio della sveglia e nulla cambiava.
"Sempre lo stesso tavolo", disse l’uomo, "le stesse sedie, il letto, il quadro. E per il tavolo dico tavolo, per il quadro quadro, per il letto letto e la sedia si chiama sedia. E perché poi?"
"I francesi dicono per il letto «lì» per il tavolo «tabl», chiamano il quadro «tablò» e la sedia «sces», e si capiscono. E anche i cinesi si capiscono.
"_ Perché il letto non si dice quadro?", pensò l’uomo, e sorrise, poi si mise a ridere e rise fino quando i vicini non batterono alla parete gridando "Silenzio!".
«Adesso cambierà tutto», disse, e da allora in poi chiamò il letto «Quadro».
«Sono stanco, voglio andare a quadro», diceva, e la mattina rimase a lungo steso a quadro e pensò a come avrebbe voluto chiamare la sedia d’ora in poi, e chiamò la sedia «Sveglia».
Quindi si alzò, si vestì, si sedette sulla sveglia e poggiò i gomiti sul tavolo. Ma il tavolo adesso non si chiamava più tavolo, si chiamava tappeto.
Dunque adesso l’uomo si alzava dal quadro, si vestiva, si sedeva al tappeto sulla sveglia, e pensava, cosa poteva chiamare come.
Il letto lo chiamò quadro.
Il tavolo lo chiamò tappeto.
La sedia la chiamò sveglia.
Il giornale lo chiamò letto.
Lo specchio lo chiamò sedia.
La sveglia la chiamò album fotografico.
L’armadio lo chiamò giornale.
Il tappeto lo chiamò armadio.
Il quadro lo chiamò tavolo.
E l’album fotografico lo chiamò specchio.

Quindi:
Al mattino il vecchio rimaneva a lungo steso a quadro, alle nove l’album fotografico suonava, l’uomo si alzava e si metteva sull’armadio così che i piedi non gli gelassero, poi prendeva i suoi vestiti dal giornale, si vestiva, si guardava nella sedia alla parete, si sedeva poi sulla sveglia al tappeto e sfogliava lo specchio, fino a che non trovava il tavolo della madre.
L’uomo si divertiva, e si esercitava tutto il giorno, imprimendosi le nuove parole nella mente. Adesso tutto cambiava nome: lui non era più un uomo ma un piede, e il piede era un mattino e il mattino un uomo.
Adesso potete continuare voi stessi la storia. E potete poi, come faceva l’uomo, scambiare anche le altre parole:
suonare si dice mettere
gelare si dice guardare
stare stesi si dice suonare
stare in piedi si dice gelare
mettere si dice sfogliare.
Così che adesso si dice:
All’uomo il vecchio piede rimaneva a suonare a lungo a quadro, alle nove metteva la sveglia, il piede gelava e si sfogliava sull’armadio, per non guardare il mattino.

Il vecchio uomo si comprò dei quaderni di scuola blu, e li riempì di nuove parole, e questo lo teneva molto occupato, e per strada lo si vedeva poco.
Poi imparò tutte le nuove definizioni per tutte le cose, e pian piano dimenticò quelle vecchie.
Adesso aveva una nuova lingua, che apparteneva soltanto a lui.
Ogni tanto già sognava nella nuova lingua, e poi traduceva le canzoncine imparate a scuola nella sua lingua, e le cantava sottovoce tra sé e sé.
Ma presto anche il tradurre gli divenne difficile, aveva quasi dimenticato la sua vecchia lingua, ed era costretto a cercare le parole giuste nei suoi quaderni blu.
E lo spaventava parlare con la gente. Doveva pensare a lungo a come dire le cose alle persone.
Il suo quadro la gente lo chiamava letto.
Il suo tappeto la gente lo chiamava tavolo.
La sua sveglia la gente la chiamava sedia.
Il suo letto la gente lo chiamava giornale.
La sua sedia la gente la chiamava specchio.
Il suo album fotografico la gente lo chiamava sveglia.
Il suo giornale la gente lo chiamava armadio.
Il suo armadio la gente lo chiamava tappeto.
Il suo tavolo la gente lo chiamava quadro.
Il suo specchio la gente lo chiamava album fotografico.

E si arrivò al punto che l’uomo si trovava a ridere quando sentiva parlare la gente.
Doveva ridere per forza quando sentiva dire alla gente: «Anche lei domani va alla partita?». O quando qualcuno diceva: «ormai piove da due mesi», o quando dicevano: «Ho uno zio in America».
Doveva ridere, perché non lo capiva più.

Ma questa non è una storia divertente. E’ iniziata tristemente e tristemente finisce.
Il vecchio con la giacca grigia non capiva più le persone, però questo non era poi così grave.
Molto più grave era il fatto che loro non lo capivano più.
E così lui non disse più nulla.
Taceva,
parlava ormai solo con se stesso,
neanche salutava più.

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